Nuovi conservatorismi

Specie aliene, specie nostre

Le chiamiamo “invasive”, ma spesso le giudichiamo prima ancora di capirle. Dati alla mano, il nativismo ecologico condiziona la scienza e le politiche ambientali più di quanto ammettiamo, trasformando l’origine geografica in una colpa e la gestione della natura in un tribunale identitario

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Di: Mat Cavadini 

Da qualche decennio abbiamo imparato a dividere il mondo vivente in due categorie: ciò che “appartiene” e ciò che “non dovrebbe essere qui”. È una distinzione che sembra ovvia, quasi naturale, e che invece nasce da un’abitudine culturale più che da un’analisi scientifica. Lo si capisce osservando come reagiamo quando una specie si sposta: se è nativa, cerchiamo soluzioni creative per conviverci; se è aliena, la risposta è spesso una sola, e brutale. È un riflesso che attraversa governi, agenzie ambientali, perfino la ricerca accademica, e che finisce per trasformare la biologia in un tribunale dove l’origine geografica vale più delle prove.

Negli ultimi anni, un numero crescente di ricercatori ha iniziato a mettere in discussione i presupposti dell’invasion biology, scoprendo che molte delle sue certezze non poggiano su dati solidi, ma su un riflesso culturale: il nativismo ecologico. È l’idea, tanto intuitiva quanto infondata, che ciò che è nativo sia buono e ciò che è alieno sia sospetto. Un pregiudizio che si insinua perfino nella letteratura scientifica: il 66% degli articoli descrive le specie aliene in termini negativi, indipendentemente dalle prove di danno. Una specie poco studiata ha la stessa probabilità di essere demonizzata di una realmente pericolosa. È un giudizio anticipato, non una conclusione.

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Piante invasive

La consulenza 10.09.2024, 12:50

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  • Carlotta Mocetti

Il doppio standard è evidente. Quando una specie nativa crea problemi — gli elefanti che devastano i raccolti in Africa, per esempio — ci sforziamo di trovare forme di convivenza. Quando lo stesso accade con una specie aliena — i pappagalli che mangiano frutta e mais in Europa — la risposta è spesso la soppressione. Eppure parliamo di animali sociali, intelligenti, capaci di legami complessi. La differenza non è ecologica: è identitaria. Gli uni appartengono, gli altri no.

Il paradosso è che anche quando una specie aliena non è minacciata di estinzione, la scelta della violenza resta discutibile. Gli abbattimenti causano sofferenza, i veleni colpiscono specie non bersaglio, gli erbicidi finiscono nei fiumi. E soprattutto, sono misure costose e spesso inefficaci. Se davvero il criterio fosse il danno, dovremmo applicare lo stesso metro a tutti: prima la convivenza, poi — solo se necessario — il contenimento.

Chi mette in discussione il nativismo ecologico viene accusato di negare i problemi, come se chiedere rigore scientifico fosse un atto di sabotaggio. Ma la critica non riguarda i valori: riguarda la qualità delle prove. Quando due biologi australiani hanno verificato i dati sulle estinzioni attribuite a gatti e volpi, hanno scoperto che nel 70-80% dei casi mancavano evidenze. Eppure quelle narrazioni continuano a orientare politiche pubbliche.

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Lotta all’ambrosia infestante

L'ora della terra 14.06.2020, 09:05

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Il punto è che la natura non coincide più con l’immagine che ci siamo costruiti. Le specie si muovono, si adattano, colonizzano nuovi spazi. In un pianeta trasformato dal clima, dagli scambi globali, dalle nostre infrastrutture, la distinzione tra nativo e alieno diventa sempre più arbitraria. Continuare a difenderla significa rinunciare a una parte essenziale della natura stessa: la sua imprevedibilità, la sua capacità di reinventarsi, la sua “selvaticità”.

La guerra alle specie invasive è una forma di micromanagement che rischia di soffocare proprio ciò che vorremmo proteggere. Accettare che alcune specie trovino spazio in luoghi nuovi non significa abdicare alla responsabilità, ma riconoscere che la natura non è un museo da conservare immobile. Significa valutare caso per caso, pesare i rischi reali, non quelli presunti, e capire che non tutto ciò che arriva da altrove è una minaccia.

Forse la domanda da cui ripartire è semplice: vogliamo proteggere la natura o la nostra idea di natura? Perché non sempre coincidono.

Bibliografia commentata:

Charles S. Elton, The Ecology of Invasions by Animals and Plants (1958): Il testo che ha fondato l’invasion biology moderna. Elton definisce le categorie di “alieno” e “invasivo” e imposta la narrativa che ancora oggi domina il dibattito. Utile per capire da dove nasce l’idea che le specie aliene siano una minaccia strutturale

Mark A. Davis et al., “Don’t judge species on their origins”, Nature (2011): Un articolo breve ma rivoluzionario. Diciannove ecologi sostengono che l’origine geografica non è un criterio scientifico per valutare una specie. È il manifesto contro il nativismo ecologico e ha aperto un dibattito ancora vivo.

Mark Sagoff, The Economy of the Earth: Philosophy, Law, and the Environment (2008): Un’analisi filosofica e politica che smonta molte delle stime catastrofiste sui danni economici delle specie aliene. Sagoff mostra come spesso i numeri vengano gonfiati o interpretati in modo ideologico.

Ufficio federale dell’ambiente (UFAM/BAFU), Specie esotiche invasive in Svizzera (2022): Un documento chiave per il contesto svizzero, con particolare attenzione alle specie che interessano Ticino e regioni alpine: ambrosia, buddleja, visone americano, calabrone asiatico, gambero rosso. Offre un quadro tecnico ma anche politico, mostrando come la Svizzera gestisca il tema con un approccio spesso più pragmatico rispetto ad altri Paesi europei

IPBES, Assessment Report on Invasive Alien Species (2023): Il più grande studio globale sulle specie aliene invasive. Offre dati, casi studio e raccomandazioni politiche. È fondamentale per capire sia la portata reale del fenomeno sia le zone d’ombra in cui i dati non sono così solidi come si crede.

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