C’è un filo che unisce il prezzo della benzina sotto casa, la guerra di Trump in Iran, il sequestro di Maduro in Venezuela, e la sensazione diffusa che il mondo stia scivolando in blocchi separati come lastre di ghiaccio che si allontanano. È un filo sottile, ma decisivo: il dollaro. O meglio, il sistema che per cinquant’anni ha fatto del dollaro la lingua obbligatoria dell’energia. Il petrodollaro non è solo un accordo economico: è stato l’architrave dell’ordine mondiale. E quando l’architrave scricchiola, tutti si mettono a guardare in alto.
Tutto nasce nel 1974, quando Stati Uniti e Arabia Saudita siglarono l’accordo che avrebbe cambiato la geopolitica: il petrolio sarebbe stato venduto solo in dollari, e i proventi reinvestiti nei titoli americani. Nasce così il petrodollaro, un meccanismo semplice e potentissimo che ha garantito a Washington un vantaggio strutturale sul resto del pianeta.
Per capire gli “azzardi” di Trump bisogna partire da qui. Per decenni gli Stati Uniti hanno potuto stampare moneta senza troppi sensi di colpa perché il mondo intero aveva bisogno di dollari per comprare petrolio. Una domanda infinita che teneva in piedi un debito infinito. Ma oggi quella domanda non è più garantita. Arabia Saudita e Cina firmano accordi in yuan, i BRICS parlano di valute alternative, e il Medio Oriente non è più un giardino recintato da Washington.
E allora il Venezuela non è più solo il Venezuela: è la più grande riserva di greggio del pianeta, un Paese che negli ultimi anni ha venduto petrolio a Cina e Russia in valute non americane. Un precedente pericoloso. Se un grande produttore può uscire dal circuito del dollaro, altri potrebbero seguirlo. E se altri lo seguono, il dollaro perde peso, gli Stati Uniti perdono leva e il castello finanziario costruito su decenni di emissioni monetarie rischia di traballare. È qui che gli “azzardi” diventano logici: non sono improvvisazioni, ma tentativi di riportare un pezzo di mondo sotto l’ombrello del petrodollaro.
Bombe e petrolio
Modem 04.03.2026, 08:30
Anche il conflitto in Iran ha il suo motore nell’energia (nonostante si sbandierino altri motivi: tirannia, nucleare, arsenale missilistico, ecc. ecc.). L’Iran, di fatto, è cuore energetico del blocco che più apertamente sfida il dollaro. Vende petrolio in yuan, costruisce corridoi commerciali con Russia e Cina, immagina un Medio Oriente dove gli Stati Uniti non sono più il perno ma un ospite scomodo. Per Washington, questo è un incubo strategico: se il Golfo Persico smette di usare il dollaro, la dedollarizzazione non è più un’ipotesi, ma un processo irreversibile. E allora ogni tensione, ogni sanzione, ogni escalation diventa un modo per rallentare l’inevitabile.
Il mondo si sta dividendo in blocchi energetico-finanziari. Da una parte chi vuole mantenere il dollaro come valuta globale; dall’altra chi cerca margini di autonomia per ridurre la vulnerabilità nei confronti delle scelte americane. In mezzo, c’è l’Europa che osserva e... paga in moneta sonante, le ripercussioni sul mercato dell’energia e le altalene finanziarie.
Per gli Stati Uniti, però, la posta in gioco è alta. Se gli azzardi di Trump dovessero fallire e l’alleanze euroasiatica (Russia-Cina-Iran) dovesse rafforzarsi, ecco che la domanda globale di dollari diminuirebbe, la valuta si indebolirebbe e importare diventerebbe più costoso. Gli Stati Uniti importano quasi tutto. È qui che il passato tornerebbe a presentare il conto: decenni di moneta stampata senza freni diventerebbero improvvisamente un peso. Il privilegio esorbitante rischierebbe di diventare un esorbitante problema.
Trump, in questo quadro, non è un’anomalia ma un sintomo, la cui logica è più antica di lui: controllare l’energia per controllare la moneta. E controllare la moneta per controllare il mondo. Il problema è che il mondo non vuole più farsi controllare. E allora gli “azzardi” diventano rischi veri: ogni pressione può accelerare la fuga dal dollaro, ogni sanzione può spingere un Paese verso alternative, ogni crisi può diventare un detonatore. Forse è questo il punto: non stiamo assistendo a un cambio di politica, ma a un cambio di era.

Senza Khamenei, quale futuro per l’Iran? - I dazi “ballerini” di Trump e gli effetti sull’economia svizzera
60 minuti 02.03.2026, 20:45





