La Groenlandia, probabilmente, ne avrebbe fatto anche a meno. Però è un fatto, che le minacce di Donald Trump abbiano riportato le terre del Nord al centro dei pensieri geopolitici del mondo. Ma al di là delle dinamiche internazionali, la Groenlandia è soprattutto un luogo di straordinaria bellezza e profondità culturale.
La stessa che ha abbagliato Daniela Tommasini, geografa e ricercatrice dell’Arctic Center di Rovaniemi, e che racconta nel suo libro In Groenlandia - La terra del nulla e del tutto: un diario d’amore: «Io sono arrivata nel 1994 per la prima volta. Era la fine di aprile, quindi la luce era tornata. Non c’era ancora tanto ghiaccio, tutto era ghiacciato. Era una giornata molto bella, e chiaramente questa luce, questo paesaggio, mi hanno fatta innamorare di colpo».

Daniela Tommasini ha scelto di vivere in piccoli villaggi remoti, lontano dai centri più occidentalizzati, una scelta che le ha permesso di comprendere a fondo l’essenza di quella terra. «Io stessa vengo da un piccolo paese, perché sono friulana di origine, e quindi per me andava bene, mi sono trovata a mio agio. Non ho mai vissuto nelle città. È bello perché le comunità sono piccole e sono molto accoglienti, molto rispettose. Ma lo vogliono anche, il rispetto. […] All’inizio mi sono accorta che ero proprio occidentale: ad esempio, ero un po’ troppo irruenta nel fare le domande. Guardare negli occhi l’interlocutore è considerato molto maleducato, e anche con le domande bisogna lasciare il tempo per le risposte, perché loro riflettono prima di rispondere e quando hanno finito riflettono ancora un attimo. Quindi bisogna aspettare, casomai volessero aggiungere qualcosa. È tutta una serie così di piccoli codici di comportamento non scritti, che loro non fanno notare o pesare, ma che alla lunga si capiscono».
Daniela Tommasini si è dedicata a diverse attività tradizionali, imparando dalle donne a raccogliere storie e leggende, a cucinare e a preparare le pelli, e dagli uomini, a cacciare. Queste attività, così distanti dalla nostra quotidianità, sono per gli Inuit non solo forme di resistenza culturale, ma soprattutto necessità di sopravvivenza: «Sono necessarie soprattutto nei posti periferici, perché in questo momento dell’anno c’è molta penuria di beni, nei paesi più piccoli. Parliamo di villaggi che hanno forse anche solo trenta o quaranta abitanti. C’è un momento dell’anno in cui tutto scarseggia, finisce, e poi non ce n’è più fino all’arrivo della nave successiva, arrivo che normalmente avviene in luglio».
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L’attenzione geopolitica sulla Groenlandia è ovviamente un tema che preoccupa i suoi abitanti: «Le persone che conosco e con cui mi sento regolarmente sono passate dalla sorpresa al timore, sono molto impensierite per questa situazione che non riescono a capire, che non riescono a classificare. Perché qualcuno li vuole comprare? Sono passati anni dalla seconda autonomia, la prima è stata nel 1979, la seconda nel 2009. Tutti i partiti politici hanno nel loro programma l’autonomia, l’indipendenza dalla Danimarca. Questa cosa è arrivata veramente inaspettata, il senso di smarrimento è stato grande». Nonostante il senso di protezione derivante dalla reazione della Danimarca e dei Paesi della NATO, rimane l’incertezza sul futuro: «Non sanno cosa potrebbe succedere… questo li ha riavvicinati alla Danimarca. Dalla quale, peraltro – passata questa buriana che sperano si risolva in maniera tranquilla – loro vogliono diventare indipendenti. Vogliono essere autonomi».




