Shahrzad è nata a Teheran ed è cresciuta in Svizzera, dove fa parte dell’associazione Free Iran Svizzera. Ha familiari e amici nel Paese mediorientale, con cui dall’inizio della guerra è difficile tenere contatti. Da trentacinque giorni non c’è più internet, ma la gente trova comunque modi di farsi sentire, di comunicare.
“Quello che sentiamo è che la realtà della guerra c’è, la vita è più cara di prima, è difficile sopravvivere”, spiega Shahrzad ai microfoni del Telegiornale. “Sentiamo che la paura è aumentata, però c’è ancora gente che ha speranza, perché senza speranza... che facciamo?”
“Non si sa cosa succederà domani”, prosegue Shahrzad, “e non si può sapere cosa succederà fra una settimana. Si va avanti giorno per giorno. Però è molto importante dirlo: in Iran la maggior parte della popolazione vuole libertà e democrazia.”
A preoccupare la popolazione è però ora anche la distruzione delle infrastrutture civili, l’intenzione statunitense di colpire ponti, centrali elettriche... “Quello che la gente, la popolazione sperava”, prosegue Shahrzad, “era un cambiamento del regime, ma non che a crollare sia l’Iran. Adesso vedono che esiste anche quella possibilità, e questo fa molta paura.”
Trump ha detto che intende colpire duramente l’Iran nelle prossime due, tre settimane, allo stesso tempo dice che sono in corso colloqui con la nuova leadership... Come si vive questa ambivalenza? “Da una parte c’è la paura”, conclude l’iraniana. “Se la guerra finisce, rimane un regime violento, forse più radicale di prima, e con maggiore repressione. Se la guerra continua e continuano a distruggere le infrastrutture, anche lì vediamo un futuro molto buio. Comunque i perdenti saranno gli iraniani, il popolo iraniano.”









