Svizzera

Crans-Montana, si riaccende il dibattito sui limiti di cronaca

Altri video in mano ai media: quale discrezione nella copertura delle inchieste? Dubied: “Giustificata se c’è interesse pubblico.” - Fontana del Corriere della Sera: “Grande emotività in Italia”

  • Ieri, 06:00
  • Ieri, 10:06
Telecamere tv italiane davanti all’Ufficio federale di giustizia a Berna lo scrorso febbraii, in attesa dell’incontro tra magistrati svizzeri e italiani dopo il rogo di Crans-Montana
08:09

L'inchiesta di Crans-Montana e i media

SEIDISERA 28.04.2026, 18:00

Di: SEIDISERA - Alan Crameri e Francesca Torrani / Bleff 

Non si spengono i riflettori mediatici sull’inchiesta relativa al rogo di Capodanno a Crans Montana. L’elemento più attuale: i filmati delle telecamere di sicurezza, messi a disposizione degli avvocati delle vittime. Saranno utili a capire le responsabilità in particolare della proprietaria del locale, Jessica Moretti, presente al momento dell’incendio di Capodanno.

Nonostante l’appello degli inquirenti a mantenere la discrezione, il video è già finito in mano ai media e il giornale italiano Il Messaggero ha descritto ciò che si vede. È solo uno dei tanti episodi di cronaca sulla procedura in corso, e che fa riflettere su quali siano i limiti nel riferire di un’inchiesta in corso.

“La copertura giornalistica è giustificata quando si pongono questioni di interesse pubblico”, ha spiegato ai microfoni di SEIDISERA Annik Dubied, vicepresidente del Consiglio svizzero della stampa e professoressa all’Accademia di giornalismo e media dell’Università di Neuchâtel.

Giornalisti a Crans- Montana (immagine d'archivio)

Giornalisti a Crans- Montana (immagine d'archivio)

  • Keystone

“Non bisogna attendere l’atto di accusa per parlarne, se il pubblico ha bisogno di informazioni per comprendere eventi di rilievo in cui è direttamente o indirettamente coinvolto. Vale la pena ricordare che la giustizia in una democrazia è amministrata nel nome del popolo e quindi si svolge, con dei limiti, sotto gli occhi del pubblico, e quindi dei giornalisti che gli permettono di comprendere ciò che accade”.

Rischi ed eccessi

Si sono sentiti avvocati di parte dare la loro interpretazione, si sono visti estratti di protocolli che ridanno poi solo una parte del quadro complessivo. “Certo - osserva Dubied - i rischi possono essere considerati in maniera più ampia”.

“Negli scorsi vent’anni c’è stata anche una grande professionalizzazione nella gestione della comunicazione da parte delle istituzioni o delle parti in causa che vogliono dettare l’agenda e gli aspetti di cui si discute pubblicamente. I giornalisti hanno imparato a conviverci, a ponderare le fonti. Non ci sono automatismi, ma vanno sempre valutati gli interessi delle fonti, il grado di trasparenza, di completezza o, al contrario, la volontà di privilegiare una certa lettura”.

Giornalisti intervistano gli avvocati prima dell’udienza davanti al pubblico ministero del Canton Vallese

Giornalisti intervistano gli avvocati prima dell’udienza davanti al pubblico ministero del Canton Vallese

  • Keystone

Sul caso concreto della copertura dell’incendio da parte della stampa svizzera e internazionale, la vicepresidente del Consiglio svizzero della stampa non si esprime: “Il Consiglio svizzero della stampa si pronuncia solo su ricorsi. Al momento non ce ne sono”, sottolinea Dubied. “Non posso che ricordare che i giornalisti non agiscono da soli, ma in un ecosistema con pressioni economiche e politiche della concorrenza che influenzano inevitabilmente il modo di lavorare delle redazioni”.

Il dibattito sulla comunicazione corretta

Quali insegnamenti si possono trarre dalla copertura giornalistica dell’inchiesta sull’incendio a Crans-Montana? “Se facciamo il paragone con casi simili in passato”, risponde Dubied, in veste di docente di giornalismo, “come il tragico incidente di un pullman a Sierre nel 2012, ci rendiamo conto che oggi c’è un’enorme quantità di informazioni, immagini, dichiarazioni che non passano più da media tradizionali, ma da cittadini privati su varie piattaforme digitali”.

“Quindi il dibattito sulla comunicazione corretta, su quali dettagli sia giusto tacere, va esteso a tutta la società per rimettere in primo piano l’importanza di queste regole per la convivenza sociale”.

La reazione dei media italiani

Intervista al direttore del Corriere delle Sera, Luciano Fontana

Sembra che tra Italia e Svizzera ci sia in questo momento un divario netto di posizioni legate appunto alla tragedia di Crans-Montana. E anche un divario di narrazione, di racconto rispetto alle notizie che sono via via uscite dopo questo dramma.

“La questione fondamentale”, spiega Lucio Fontana, direttore del Corriere della Sera, “penso sia la grande emotività con cui l’Italia ha vissuto questa tragedia per i suoi ragazzi morti. Questo di fronte a un modo un po’ freddo di gestire la situazione, dentro delle regole burocratiche che possono valere in situazioni normali. Ma dal nostro punto di vista, dal punto di vista degli italiani, non valgono per una situazione così grande che ha causato tantissimo dolore”.

“Insomma, si vive questa situazione come se da parte di alcune autorità svizzere, non tutte, ma quelle che si occupano di questa questione, ci fosse un po’ la tendenza a ridurre tutto a una questione di rispetto di regole burocratiche, non tenendo conto della dimensione eccezionale dell’accaduto”.

Negli articoli e nei resoconti giornalistici italiani si parla di Svizzera e si tende poco a spiegare i dettagli. C’è un po’ di approssimazione?

“Io penso che si debba essere sempre molto precisi e penso che l’ultima cosa che dobbiamo volere come italiani è aprire un conflitto, anche mediatico, tra Italia e Svizzera”, prosegue Luciano Fontana. “Devo dire che in questa vicenda ci sono stati alcuni comportamenti che francamente sono stati sorprendenti, che riguardano tutti gli aspetti di prevenzione, e anche il modo in cui è stata gestita l’inchiesta secondo la sensibilità e secondo le procedure della giustizia italiana. Il fatto che i responsabili un fatto così grave, enorme dal nostro punto di vista, siano stati immediatamente liberati, è qualcosa che in Italia è abbastanza inconcepibile”.

In Italia, dalla politica e dai media, vengono pronunciate sentenze molto prima che i fatti vengano davvero giudicati e vadano a processo.

“È possibile che in Italia la fase delle indagini, soprattutto quella preliminare, venga vissuta spesso come delle sentenze, che qualche volta durante i processi prendono poi anche una direzione diversa. Bisognerebbe anche evitare, però, l’eccesso contrario: che in quel locale qualcosa non sia andato nel modo giusto dal punto di vista della prevenzione, mi sembra immediatamente accertato. C’erano dei dati di fatto che davano un quadro di prove molto pesante, soprattutto tenendo conto di quello che è accaduto”.

rsi_social_trademark_WA 1.png

Entra nel canale WhatsApp RSI Info

Iscriviti per non perdere le notizie e i nostri contributi più rilevanti

Correlati

Ti potrebbe interessare