Ci sono nuove frizioni tra Washington e Berna in ambito di relazioni commerciali. Un recente rapporto pubblicato dal Dipartimento del commercio statunitense, intitolato Foreign Trade Barriers (Barriere al commercio estero) cita “ostacoli significativi” alle importazioni in Svizzera di prodotti biologici dagli Stati Uniti. A riferirne nel nostro Paese sono stati mercoledì i quotidiani dell’editore Tamedia.
Washington punta il dito, senza citarle, contro Coop e Migros
Gli Stati Uniti definiscono “rigorose e dettagliate” le norme che regolano l’agricoltura biologica nella Confederazione, le complesse disposizioni in materia di certificazione ed etichettatura, nonché il predominio di due grandi catene di distribuzione che favorirebbero i marchi locali. I nomi - non citati direttamente - sembrano essere quelli di Coop e Migros.
Il rapporto dà, tuttavia, ragione alla Svizzera per quanto riguarda la bilancia commerciale tra i due Paesi, in particolare per quanto riguarda i servizi. Un settore nel quale - come sempre sostenuto dall’Ufficio federale delle dogane - il saldo commerciale è favorevole agli Stati Uniti per oltre 32 miliardi di dollari. Diversa come noto la situazione per le merci, con un disavanzo a favore della Svizzera.
Nel frattempo, a Berna la Segreteria di Stato dell’economia ha preso atto del rapporto, ma ha scelto di non commentarlo.
Trattative complesse
Washington e Berna sono attualmente impegnate in trattative per la conclusione di un accordo commerciale, che avrebbe dovuto essere siglato entro il 31 marzo scorso. A complicare il quadro è intervenuta la sentenza della Corte suprema statunitense di fine febbraio, con cui i giudici hanno stabilito che Donald Trump aveva ecceduto i propri poteri nell’imporre tariffe doganali elevate ai partner commerciali.
La Svizzera era riuscita in un primo momento a spuntare un abbassamento dei dazi dal 39% — percentuale fissata da Trump il 1° agosto 2025 — al 15%. Tuttavia, sull’onda della decisione della Corte suprema, Trump ha introdotto nuovi dazi al 10%, validi per un periodo massimo di 150 giorni, questa volta fondandosi su una base giuridica differente da quella invocata per le tariffe annunciate il 2 aprile 2025. Quel giorno, ribattezzato dallo stesso presidente “Giorno della liberazione” (Liberation Day), aveva segnato l’imposizione di dazi sui prodotti svizzeri pari al 31%.









