Salute

Homo plasticus: quando la plastica è dentro il nostro corpo

Dalle promesse di modernità, alla sfida delle micro e nanoplastiche. Un documentario tra ricerca, salute e ambiente per capire come la plastica stia cambiando la nostra vita

  • Oggi, 10:02
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Homo Plasticus

Il giardino di Albert 09.05.2026, 16:55

  • IMAGO/ZUMA Press Wire
Di: Il giardino di Albert / Christian Bernasconi 

La plastica è stata una delle invenzioni più rivoluzionarie del Novecento: è entrata nelle nostre vite come una promessa di progresso e modernità. Economica, resistente, leggera e estremamente versatile, ha cambiato il modo di produrre e consumare, trasformando profondamente la nostra vita quotidiana. Dagli imballaggi all’elettronica, dalla medicina ai trasporti, in pochi decenni la plastica è diventata un materiale indispensabile.

Oggi però la ricerca scientifica inizia a raccontare anche il rovescio della medaglia: quello delle micro e nanoplastiche. Minuscoli frammenti che derivano dalla degradazione di materiali plastici (come polietilene o polipropilene) e che ormai circolano stabilmente nell’ambiente.

La difficoltà di smaltimento, l’enorme accumulo di rifiuti negli ecosistemi e soprattutto la diffusione di microplastiche e nanoplastiche stanno alimentando un crescente allarme scientifico e ambientale. Queste particelle microscopiche, spesso invisibili a occhio nudo, sono ormai presenti nell’acqua, nell’aria e persino negli organismi viventi, esseri umani compresi, sollevando interrogativi sui possibili effetti sulla salute umana e sull’equilibrio degli ecosistemi.

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Homo Plasticus

Il giardino di Albert 09.05.2026, 16:55

  • ©Découpages-La famille Homo plasticus à table

È da questo punto di vista che prende avvio Homo plasticus, il documentario diffuso in una puntata del giardino di Albert. Un racconto che evita immagini spettacolari e toni catastrofici per concentrarsi su una domanda semplice solo in apparenza: che cosa succede quando la plastica si frammenta fino a diventare invisibile e comincia a entrare nei cicli naturali e a interagire con gli organismi viventi?

Negli ultimi anni diversi studi hanno dimostrato la presenza di microplastiche nell’aria, nell’acqua e in numerosi alimenti di uso quotidiano. Da qui l’ipotesi, tutt’altro che remota, che una parte di queste particelle venga ingerita o inalata regolarmente. Non soltanto dalla fauna selvatica, che è spesso costretta a subire gli effetti più immediati del nostro inquinamento, ma da noi stessi. Il passaggio successivo - più delicato e ancora oggetto di dibattito - è capire che cosa accada dopo.

Il documentario, di cui si è dibattuto in maniera approfondita con alcuni esperti anche nella trasmissione Patti Chiari, accompagna lo spettatore proprio in questo ambito di ricerca, seguendo il lavoro di ricercatrici e ricercatori che cercano di capire se e come queste particelle possano interagire con cellule e tessuti.

Uno degli aspetti più interessanti del racconto filmato è l’attenzione ai limiti della ricerca stessa. Analizzare particelle così piccole richiede strumenti sofisticati e controlli rigorosi. Le microplastiche sono ovunque, anche negli ambienti di laboratorio, e il rischio di contaminazioni è reale. Per questo motivo molti risultati devono essere verificati più volte e discussi a lungo prima di poter essere considerati solidi. Senza voler fare dell’allarmismo, i casi trattati restituiscono l’immagine di una scienza in piena evoluzione, che procede per aggiustamenti successivi, affinando metodi e interpretazioni.

Homo plasticus non propone soluzioni immediate né pretende di chiudere il discorso. Suggerisce piuttosto un cambio di prospettiva: la plastica non è più soltanto una questione di rifiuti visibili, ma un tema che incrocia ambiente, salute e ricerca scientifica. Capirne i meccanismi è un lavoro lungo, che richiederà tempo, metodo e una buona dose di spirito critico.

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