La paura dei buchi, dei puntini ripetuti e delle trame regolari ha un nome: si chiama tripofobia. Una fobia poco conosciuta che può provocare reazioni fisiche intense come tachicardia, sudorazione e disgusto profondo.
Il termine, nato nel 2005 in un forum online e citato nella letteratura scientifica per la prima volta nel 2013, deriva dalla combinazione delle parole greche “trypa” (buco) e “phobia” (paura).
Questo disturbo oggi non è riconosciuto dai manuali comunemente utilizzati nella pratica clinica. Geoff G. Cole, fra i primi a studiare il fenomeno, ritiene comunque che questo presenti tutti i criteri per essere considerato una fobia a tutti gli effetti.
Buchi e pattern ripetitivi posso provocare in alcune persone una reazione di disgusto e paura
Oggi la tripofobia gode di un’ampia visibilità sul web, con gruppi dedicati alla condivisione della propria esperienza tripofobica.
Secondo quanto riportato in uno studio nel 2024, oltre il 10% della popolazione adulta sperimenterebbe una forma d’ansia alla vista di gruppi di piccoli fori. Fra loro, ci sono anche Veronica ed Elisa, due donne che da tempo convivono con questa condizione emersa improvvisamente, intervistate da Prima Ora (RSI).
Una scoperta casuale
Veronica ha scoperto di soffrirne per la prima volta a 45 anni, durante una cena al ristorante. “Vedendo le spugnole nel piatto ho avuto questa sensazione strana a cui non ho dato peso subito”, racconta. “Poi però cucinando ho scoperto altri alimenti che mi facevano lo stesso effetto, come la verza e i semi di chia. Non riuscivo a capire che cosa fosse”.

Anche Elisa ha fatto la sua scoperta in modo casuale, durante una cena da un’amica. “C’era una lampada con dei buchi che mi creava una sensazione di disagio, di ansia, di tachicardia, di disgusto totale”, ha spiegato. “Sono andata più volte a cena da questa amica e a un certo punto ho chiesto di rimuovere quella lampada dalla sala perché non riuscivo, non stavo proprio bene”.
Come difendersi?
La comprensione di questo disagio visivo legato alla tripofobia è ancora limitata. I trattamenti per questo tipo di disturbo possono andare dalla terapia di esposizione, che consiste nell’affrontare la propria paura in un ambiente sicuro, alla terapia cognitivo-comportamentale o quella farmacologica. “Quando riusciamo a gestirla senza che abbia un impatto sulla nostra vita quotidiana, non è necessario nessun tipo di intervento”, precisa lo psichiatra Michele Mattia.
È il caso delle nostre due intervistate: Veronica ha trovato rassicurazioni dopo essere riuscita a dare un nome al suo disagio. “Ho capito così che non sono l’unica ad averla. Non ho avuto la curiosità di andare da un medico perché riesco bene o male a gestirla, evitando certi alimenti o chiudendo gli occhi.” Anche Elisa è in grado di conviverci: “Ho raggiunto una certa consapevolezza su questa fobia e ho preso le mie strategie di vita per evitare di stare male”, spiega.
Alle origini delle nostre paure
Le ragioni dietro a questo disagio visivo sono oggetto di numerose discussioni nella letteratura scientifica, sui media e nei siti web dedicati alla salute. “Potrebbe essere legato non solo al vissuto personale ma anche all’ereditarietà intergenerazionale”, spiega Michele Mattia. “Le fobie possono dipendere non soltanto dal nostro vissuto ma anche da quello che fa parte della storia dell’uomo”.
L’esperto fornisce anche una possibile spiegazione evolutiva: “Per tantissimi anni abbiamo vissuto in una società molto insicura: i buchi, l’angoscia del buco nero, l’angoscia di non poter controllare le cose possono riattivare queste paure dentro di noi”.
Alcune ricerche ipotizzano che questa paura delle cavità ravvicinate possa svilupparsi come estensione di una paura biologica nei confronti di creature velenose o pericolose presenti in natura.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/natura-e-animali/Amori-bestiali-lo-strano-caso-del-polpo-dagli-anelli-blu--2707982.html
Analisi hanno dimostrato che il cobra reale, lo scorpione giallo e il polpo dagli anelli blu condividono alcune proprietà spettrali comuni alle immagini che provocano tripofobia. La paura scatenata potrebbe quindi essere un’associazione inconscia tra oggetti innocui e animali pericolosi.
Comprendere meglio i meccanismi alla base di queste reazioni potrebbe aiutare non solo a chiarire l’origine del fenomeno, ma anche a sviluppare strategie terapeutiche più efficaci per le persone che ne sono particolarmente colpite.








