Linguistica

Cambiare lingua cambia il pensiero

Perché in un’altra lingua ci sentiamo diversi: ciò che la scienza sa (e non sa) sul rapporto tra parole e pensiero

  • Ieri, 17:00
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Di: Giulia Apollone  

Molti bilingui lo raccontano come un’esperienza quasi fisica: in una lingua si sentono più diretti, in un’altra più prudenti, in una terza perfino più ironici o romantici. Cambia il lessico, certo, ma spesso cambia anche il modo di formulare un giudizio, di ricordare un episodio, di prendere una decisione. Da qui nasce una delle domande più discusse della linguistica contemporanea: la lingua che parliamo influenza il nostro modo di pensare?

L’ipotesi, come sapranno i più appassionati, non è nuova. Già nel Novecento Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf sostenevano che ogni lingua non fosse solo uno strumento per descrivere il mondo, ma anche una griglia che orienta il modo in cui lo percepiamo. Anche se, oggi, la versione forte di questa teoria - secondo cui la lingua determinerebbe rigidamente il pensiero - è considerata eccessiva. Ma una versione più moderata, secondo cui alcune strutture linguistiche influenzano certe operazioni cognitive, continua a essere studiata seriamente. 

Al centro della discussione c’è una delle studiose più citate, Lera Boroditsky, che ha mostrato come lingue diverse possano privilegiare modi diversi di organizzare concetti come tempo, spazio e causalità. In alcuni esperimenti, parlanti inglesi tendevano a rappresentare il tempo in orizzontale, mentre parlanti mandarino attivavano più facilmente schemi verticali, coerenti con metafore presenti nella loro lingua. Tuttavia, proprio questi risultati hanno aperto un forte dibattito metodologico: alcune repliche successive non hanno confermato tutti gli effetti osservati, segno che il rapporto tra lingua e pensiero è più sfumato di quanto si pensasse inizialmente. 

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La teoria della relatività linguistica

Un attimino 09.09.2024, 11:30

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  • di Andrea Fazioli e Marco Pagani

Dove gli studi recenti sembrano più solidi è nel campo delle decisioni morali e cognitive nei bilingui. Un lavoro molto citato pubblicato da Albert Costa e Boaz Keysar ha mostrato che usare una lingua straniera modifica il modo in cui affrontiamo dilemmi morali: nel celebre problema del ponte ferroviario, chi ragiona in una lingua non materna accetta più spesso una soluzione utilitarista, cioè sacrificare una persona per salvarne cinque. L’ipotesi è che una lingua acquisita più tardi attivi meno intensamente la componente emotiva, lasciando più spazio a una valutazione analitica. 

Lo stesso effetto compare nelle decisioni economiche. In un altro studio, il cosiddetto foreign language effect mostra che in lingua straniera diminuisce il peso di alcuni bias cognitivi: per esempio, si è meno influenzati dal modo in cui una scelta viene formulata, il noto effetto framing studiato da Daniel Kahneman. In pratica, cambiare lingua può ridurre alcune scorciatoie mentali automatiche. 

Questo però non significa che una lingua renda automaticamente più razionali. Studi più recenti mostrano che il contesto d’uso conta molto: anche bilingui perfettamente fluenti, come chi alterna italiano e dialetto ogni giorno, possono prendere decisioni diverse a seconda della lingua attivata, non tanto per competenza, quanto per il valore sociale ed emotivo associato a ciascun codice linguistico. 

«Le parole sono importanti», ricordava disperato Nanni Moretti nel celebre Palombella rossa. E, in effetti, non aveva tutti i torti. La lingua non determina ciò che siamo, ma può certamente influenzare il percorso attraverso cui giungiamo a un pensiero. Forse non esistono due menti distinte; esistono però almeno due diversi accessi alla stessa mente. È in questo spazio sottile - tra grammatica, memoria ed emozione - che la linguistica incontra i nostri pensieri e si intreccia con il vasto territorio della psicologia cognitiva.

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