Niccolò Ammaniti è tornato alla materia che per tantissimi anni ha caratterizzato la sua narrativa: l’infanzia. Un territorio instabile e perturbante, fondamentale ma troppo spesso incomprensibile, che in narrativa è stato raccontato da tanti autori e in modi spesso diversi. I personaggi di Ammaniti, riconoscibilissimi, mettendosi alle spalle quell’innocenza irripetibile sono sempre entrati in contatto con il mondo degli adulti alla maniera più brutale che ci sia. Conoscendo le loro colpe, i loro torti. E scontrandocisi.
“Il custode” di Niccolò Ammaniti
Konsigli 17.04.2026, 18:00
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In Il custode la Sicilia, di cui Ammaniti aveva già scritto, non è sfondo della storia, non è cartolina o paesaggio, ma una sorta di crosta. Una superficie arsa dal sole sotto cui ribolle qualcosa di antichissimo e misterioso. In questo interstizio del mondo, periferia sia geografica sia dell’anima, di cui Ammaniti è da sempre un grande maestro, vive Nilo. Tredici anni, è un ragazzino molto curioso ma sa che certe domande è meglio non formularle. Con sé, un nucleo famigliare che sta asserragliato dentro il proprio guscio, come un paguro della cui esistenza si sappia poco. Una famiglia difettata che purtuttavia è capace di stare a galla, di non sprofondare mai in una tristezza che, si avverte, è giusto dietro l’angolo. La madre di Nilo è una donna molto severa. Si è prefissa, e ha prefisso a chi ha attorno, delle regole ferree e devono sempre essere rispettate. La zia invece è più giocherellona, meno rigida; ma segue comunque la sorella.
Tra loro, con loro, c’è il mostro.
Questo, infatti, è il più fantastico dei romanzi di Ammaniti – nel senso che è quello in cui è maggiormente presente l’elemento soprannaturale. E non come un fatto che, piombando sulle teste dei personaggi, rompe un equilibrio, fragile e però comunque funzionante. No: il mostro che la famiglia Vasciaveo, Nilo e la madre e la zia, nasconde in casa e di cui devono occuparsi, di cui sono custodi, è un’eredità che affonda le proprie radici in tempi antichissimi.
Non è l’arrivo del mostro a portare la crisi, quindi; quello c’è fin dall’inizio, e pure da prima. È l’arrivo dell’umano: nuove persone, lì al paesino dove abitano. E con loro di nuovi sentimenti. Nilo, sempre stato giudizioso, buono, giusto, neanche sospettava l’esistenza di certe emozioni. Ma una volta scoperte non può più ignorarle, e l’ago della sua obbedienza deve cambiare direzione. A portare nella sua vita queste nuove emozioni sono Arianna e Saskia, madre e figlia. Nel pratico producono uno scarto minimo nella vita dei Vasciaveo, eppure irreversibile; alcune cose dopo che le hai viste, dopo che le hai provate non puoi cancellarle da chi sei. Ed è allora, forse, come ci ha sempre raccontato Ammaniti, che inizi a crescere. Madre e figlia, belle e forestiere, misteriose e diverse da tutto ciò che Nilo ha conosciuto finora, nello sputo di piccoli edifici dimenticato da Dio e dagli uomini in cui si muove la storia, spezzano un incantesimo.
Nilo scopre così il desiderio come si scoprirebbe una ferita aperta, che non la smette di sanguinare. Una ferita che ti rende vulnerabile, sì, però di una vulnerabilità in cui è bello galleggiare. Tant’è che la sua non è un’educazione sentimentale, ma una diserzione lenta, un tradimento che deve mettere in atto.
Tradire chi è stato finora, tradire la propria famiglia, per diventare ciò che si sente d’essere. Ecco, in questo Il custode è pienamente ammanitiano e lo si riconosce subito: il passaggio dall’infanzia all’età adulta consta pure di una lotta, comune a tanti di noi ma comunque tremenda: quella con la nostra famiglia. Ed ecco dove risiede la forza del libro, nell’ambiguità irrisolta della parola che campeggia nel titolo. Custodire, qui un obbligo famigliare, diviene un verbo bifronte e difficile da interpretare: è proteggere l’altro o è annullare sé stessi?
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