All’interno del ricco programma delle 61. Giornate cinematografiche di Soletta, una parte corposa riguarda i film che hanno la produzione o la regia di figure della Svizzera italiana. Tra novità e retrospettiva, tra corti e lungometraggi, sono 23 in totale (17 lunghi, 6 corti). A cominciare naturalmente da Becaària di Erik Bernasconi, girato in Ticino, presentato in prima mondiale e in gara per conquistare il Prix du Public.
Nessuno vi farà del male di Dino Hodić

Nessuno vi farà del male di Dino Hodić
Il primo dei tre premi principali di questa edizione delle Giornate di Soletta, il premio Visioni, è stato assegnato a Nessuno vi farà del male di Dino Hodić, che a trent’anni di distanza dal massacro di Srebrenica ha intrapreso un viaggio intimo alle radici della sua identità. Per la giuria di Visioni, «Il film si apre con un uomo che torna in un territorio che è al tempo stesso la sua origine e un punto di rottura. Quella che inizia come una ricerca della sua storia si rivela un viaggio lungo il quale Dino Hodić diventa regista, offrendo al suo protagonista Hasan lo spazio necessario per far sentire la sua voce di sopravvissuto».
Racconta Dino Hodić: «Realizzare il film è stato un processo lungo; il progetto è stato cambiato spesso ed è evoluto nel tempo. Inizialmente doveva esserci solo Hasan, poi in realtà ho capito che avevo anch’io qualcosa da scoprire. Quindi ho iniziato a ragionare su come unire queste nostre due storie considerando che quella di Hasan ha un peso completamente diverso rispetto alla mia storia».
Mother Yamuna di Vito Robbiani
In Prima mondiale è stato presentato anche Mother Yamuna di Vito Robbiani. «Sono partito con l’idea di trattare il tema dell’ecologia, della relazione uomo ambiente – spiega il regista – e quindi ho semplicemente cercato quali fossero i posti più inquinati al mondo nei quali fosse visibile l’inquinamento. La Yamuna nelle mie ricerche risultava essere un fiume inquinato ma soprattutto con un inquinamento visibile, almeno per una grande tratta del suo percorso, quello che passa per la capitale New Delhi. Dall’altro lato mi sono reso conto che siamo una società che corre costantemente, che non dà più attenzione al tempo e non riesce più ad annoiarsi e quindi a creare pensiero. Così ho pensato di fare un film con una poetica e con una un ritmo che non è il mio solito, ma che fosse desse il tempo allo spettatore di guardare le immagini e di viaggiare con me lungo questo percorso per capire veramente in che stato siamo e guardare questo fiume e sentirlo nostro, sentirlo come nostra madre, come gli indiani intendono il fiume. La loro madre però è in uno stato pietoso, purtroppo».
Il fantasma che è in me di Michael Beltrami
Ultima segnalazione, e terzo documentario del lotto, ad ulteriore dimostrazione di come questo genere sia ancora uno dei principali generi in cui il cinema svizzero riesce ad emergere, è Il fantasma che è in me di Michael Beltrami, una storia personalissima che parte da una malattia scoperta per caso e arriva a raccontare la vita di un uomo, il regista stesso, che fin da giovane ha deciso di filmare su pellicola (e ora in digitale) tutti i momenti della sua esistenza. La malattia e gli eventi della vita, lo hanno portato a creare questo riuscitissimo e intenso lavoro.
«Sono abituato normalmente a raccontare storie di altri – racconta Beltrami – ma questa volta ho dovuto calarmi nel ruolo del protagonista, cosa che non mi mette totalmente a mio agio, ma che ho dovuto ho dovuto affrontare proprio perché è nato questo desiderio di raccontare la vicenda della mia malattia, che poi è diventato lo spunto per raccontare anche altre vicende della mia vita. Ho iniziato a filmare quando avevo otto anni, una cosa casuale perché è entrata in casa una cinepresa Super8. All’epoca c’era stato il trasloco da Locarno ad Airolo, dove io non mi trovavo molto a mio agio: questa cinepresa era diventata il mio mondo, la possibilità di raccontare quello che erano le situazioni che mi circondavano, anche un racconto di solitudine se vogliamo. Lì è nato questo fascino incredibile verso la possibilità di poter raccontare attraverso le immagini delle storie e non mi ha più abbandonato: sapevo già quell’età che avrei voluto fare questo».

Le Giornate di Soletta
Telegiornale 25.01.2026, 20:00





