A dirla tutta, bastavano i primi cinque minuti. Il film si intitola L’agente segreto, e sfoggia un cold open proprio alla 007 – ok, con qualche tacca di azione in meno.
Siamo nel Brasile degli anni Settanta. Un uomo si ferma con la sua auto per fare il pieno. Il distributore è in mezzo al niente, tra il sole e i campi, e sembra non esserci nessuno – a parte, bè, un cadavere: giace a terra a pochi passi dalle pompe, maldestramente coperto con pezzi di cartone. Voleva rapinare la stazione di servizio, gli spiega il benzinaio apparso dal nulla.
Il tempo di riempire il serbatoio, e arriva un’auto della polizia. Ma non sono lì per il cadavere; no, di quello si occuperà, forse, qualcun altro, chissà quando. Gli agenti cercano di estorcere qualche soldo al protagonista, che se la cava regalandogli un pacchetto di sigarette. Tutto bene.
Niente di strano, visto che quello, per il Brasile, è uno dei momenti più oscuri dell’ultimo secolo: la dittatura militare dei Gorillas era costruita sulla corruzione endemica, dai generali all’ultimo dei soldati.
Si può dire, insomma, che ci sia una veloce lezione di storia, in quei primi cinque minuti. Per fortuna, c’è anche tutto il resto che serve per fare un film – compresa un’immagine curatissima, che sembra persino troppo elegante per raccontare quel periodo brasiliano. Quando la prima ora e mezza di L’agente segreto è passata, si capisce però che c’è una ragione anche dietro quella scelta di stile: serve proprio a sottolineare che si sta scavando nei ricordi, in un passato destinato a tornare, anche a decenni di distanza. Una scelta di stile utile a raccontare uno degli architravi del film: la memoria, la sua conservazione e trasformazione.

Lo stile è tanto, in L’agente segreto. Non tutto, perché affermarlo sarebbe fare un torto alla scrittura e alle interpretazioni, a cominciare naturalmente da quella di Wagner Moura, che torna a recitare in portoghese dopo anni di inglese, da divo della new-new Hollywood (non sono certo si chiami così, ma è quella dove si diventa famosi allo stesso modo con le produzioni per il grande schermo e per la tv: nel caso di Moura, i titoli da citare sono almeno Civil War e Narcos).
Lo stile è tanto, perché è difficile non rimanere incantati a guardare città e paesi bolliti dal sole, camicie e occhiali, automobili, oggetti che sembrano quasi abbandonati per caso in scena, e invece sono parte di una composizione perfetta. Due ore e mezza di durata e – come direbbe James Cameron – credo sia difficile trovare uno spettatore a cui viene voglia di guardare l’orologio. O il telefono visto che siamo nel 2026, non nel 1977.

A proposito. Gli anni Settanta, si sa, sono la decade del thriller politico. E L’agente segreto in fondo è proprio questo. Premesso che è difficile incasellarlo davvero, premesso che a regista e sceneggiatori piace giocarci, con i generi. Però è difficile non vedere, dentro questa storia di un uomo in fuga insieme al figlio piccolo, un esempio di resistenza all’ingiustizia di ogni regime autoritario.
Che il regista Kleber Mendonça Filho fosse un genio se n’era già accorto il pubblico dei festival, che ha avuto l’occasione di vedere altre sue meraviglie (a partire da Aquarius del 2016). Oggi sembra essersene accorta anche l’Academy – che ha assegnato quattro nomination a L’agente segreto, comprese quelle per il miglior film e il miglior attore – e di conseguenza, almeno si spera, il grande pubblico. L’apparizione dell’attore più cult della storia© Udo Kier, purtroppo all’ultimo ruolo della sua carriera, è solo l’ennesimo indizio del fatto che ci troviamo davanti a un film che siamo destinati a ricordare per un bel pezzo.
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Indovina chi viene al cinema 31.01.2026, 12:45
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