Trascorrere una settimana andando al cinema, nella capitale elvetica del Barocco, vuol dire interrogarsi sul presente, sul passato, su quello che sarà. Significa esser pronti a cambiare idea, aggiungere narrazioni alla propria immagine della società e scegliere di nuotare controcorrente.
Ci dicono che il cinema sta affrontando una grave crisi? Le Giornate di Soletta ribattono a colpi di documentari poetici, di storie di finzione disturbanti e provocatorie, di animazioni intelligenti e pensate per un pubblico adulto, di conferenze volute anche per ribaltare convinzioni consolidate. Insomma, forti del proprio successo, le Giornate alzano la posta in gioco e sfidano gli spettatori. Essere qui dal 21 al 28 di gennaio vuol dire interrogarsi sulla Svizzera, voler capire come ci raccontiamo, quale immagine abbiamo di noi.

Si entra e si esce dalle sale con la testa in movimento, dopo diverse proiezioni c’è voglia di confrontarsi, di capire il film appena visto, le immagini restano incollate e le idee turbinano, oppure il cervello si blocca su di un pensiero e innesca la necessità di informarsi, di cercare altre notizie relative alla storia che ci siamo sentiti raccontare. Sono sicura che farà questo effetto il documentario di apertura The Narrative di Bernard Weber e Martin Schilt: la storia di Kweku Doboli, trader di borsa per UBS a Londra, che nel 2011 viene accusato di aver fatto perdere alla banca 2,3 miliardi di dollari. Non si limita a ripercorrere i fatti, e cerca di capire se la responsabilità dell’accaduto sia di un solo individuo, oppure se vada cercata in un sistema finanziario sempre più schiavo del profitto.
Andare a gennaio a Soletta significa tastare il polso del nostro Paese ripercorrendone la storia grazie alla presenza di personalità incisive. Questa edizione, ad esempio, ha invitato la cineasta e documentarista ginevrina Edna Politi, che ha cercato di restituire la complessa realtà del Medio Oriente; si potranno poi incontrare le opere degli artisti svizzeri coinvolti nella Factory di Andy Warhol e in questo ambito ci sarà un omaggio anche al lavoro del regista ticinese Edo Bertoglio, ai suoi anni newyorkesi.

Un'immagine delle Giornate del Cinema di Soletta, edizione 1973
Il polso di un Paese si misura però anche indagando il presente, e Soletta, vetrina incontrastata della produzione audiovisiva, facilita l’incontro con le opere realizzare da autrici e autori giovani che non si accontentano di quanto hanno imparato a scuola. A volte sono troppo ambiziosi, a volte non hanno ancora trovato il loro linguaggio, forse possono apparire immaturi, ma riescono a sparigliare le carte, insinuare il dubbio, stupire per scelte estetiche estreme. E sempre di più ci raccontano di quanto la Svizzera sia connessa con il resto dell’Europa. Le giovani generazioni cercano lo scambio, si aprono a differenti modelli formali e produttivi.
Sarà per i lavori mostrati, sarà per il calore di un’accoglienza informale, sarà per la vicinanza ad atenei importanti, sarà per un team organizzativo e artistico proveniente da tutto il Paese. Quale che sia la ragione, le Giornate hanno un pubblico molto vario: i giovani universitari sono presenti in massa, come lo zoccolo duro di chi frequenta il cinema dagli anni Settanta. Per chi crede nel potere delle immagini, scalda sempre il cuore vedere sale cinematografiche esaurite, con gruppi di amici che prenotano intere file di posti.

Neo, generazioni
Il Quotidiano 17.01.2026, 19:00






