Preoccupante. Si può definire così, senza troppi giri di parole, la situazione della Chiesa cattolica in Germania. Stando infatti alle ultime statistiche ecclesiastiche, pubblicate il 16 marzo dalla Conferenza episcopale tedesca (DBK) e relative al 2025, i cattolici, che rappresentano attualmente il 23% della popolazione totale (meno di 19,3 milioni), sono ulteriormente diminuiti nello scorso anno: ben 549.636 – di cui 307.000 per abbandono formale, i restanti per decesso – i fedeli venuti meno. In calo battesimi, matrimoni, funerali religiosi. E se, oltre al numero stabile delle prime comunioni e delle cresime, cresce lievemente quello delle conversioni e delle riammissioni, desolante è, invece, il dato delle ordinazioni sacerdotali: appena venticinque i “nuovi preti” in tutta la Germania, che conta, fra l’altro, ventisette diocesi.
Un tale quadro ha indotto non pochi a riflettere su significato e risultati del lungo Synodaler Weg che, protrattosi per ben sette anni e conclusosi a Stoccarda il 31 gennaio, attende adesso una risposta di Leone XIV, chiamato a esprimersi sulla Conferenza sinodale, nuovo organismo deliberativo sovra-diocesano – precedentemente denominato Consiglio sinodale e formato dai ventisette ordinari diocesani e da quarantaquattro fedeli laici (cioè il doppio rispetto ai vescovi) –, e sui relativi statuti, approvati in novembre dal Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) e in febbraio dalla DBK. È noto che le istanze venienti dal Cammino sinodale tedesco avevano già procurato più di un grattacapo a Francesco, che nel 2023 si era fra l’altro espresso apertamente contro l’istituzione del Consiglio sinodale in quanto «non in linea con la struttura sacramentale della Chiesa cattolica».

L’arte come chiave per capire la sinodalità
Chiese in diretta 21.07.2024, 08:30
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Durissime, in tal senso, le critiche anche del cardinale Walter Kasper. E non solo, va precisato, nelle forme di reiterate denunce di carente fondamento evangelico-teologico del Cammino sinodale e di messa in guardia dal rischio di uno scisma involontario. Agli inizi del 2024, infatti, il porporato aveva anche lui puntato il dito contro l’illegittimità di un Consiglio sinodale di natura deliberativa, liquidato a «sfida provocatoria» dall’esito negativo, visto che «interferirebbe […] con la struttura sacramentale della Chiesa e limiterebbe o addirittura annullerebbe l’autorità di guida del vescovo». Parole, queste, di particolare rilievo qualora si consideri che sono state pronunciate da quello stesso Kasper, solitamente etichettato come uno dei corifei tout court della teologia progressista, che pur aveva salutato con entusiasmo, sin dall’indizione, nel 2020, da parte di papa Bergoglio, il Sinodo mondiale dei vescovi sulla sinodalità. Per poi elogiarne, una volta concluso, il «metodo sinodale» quale «efficace alternativa ai dibattiti aggressivi e a tutta quella incultura che oggi prevale nei dibattiti politici e purtroppo anche in quelli ecclesiali».
Su quest’ultimo argomento il porporato teologo, che, proveniente dalla tradizione della Scuola di Tubinga, ha ricoperto – dopo la lunga esperienza accademica di docente di dogmatica – l’incarico prima di vescovo di Rottenburg-Stuttgart e poi di presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani, è ritornato più di recente e diffusamente nella sua autobiografia La mia vita per la Chiesa e la teologia (Queriniana 2025, 208 pp.). Prendendo le mosse dal programmatico discorso bergogliano del 17 ottobre 2015 «sulla sinodalità come cammino della chiesa nel terzo millennio» (p. 176), Kasper, che il 5 marzo ha compiuto 93 anni, dedica al tema uno specifico paragrafo dal titolo Strutture sinodali della Chiesa (pp. 176-183). E non manca di proporre un’explicatio termini relativa al concetto stesso di sinodalità, tanto più che nel merito, «anche dopo alcuni chiarimenti in occasione del Sinodo mondiale dei vescovi con l’inclusione dei laici (2023-2024), non si è ancora arrivati a farsi un’idea definitiva» (p. 177). Dopo aver ricordato l’ovvia derivazione del neologismo ‘sinodalità’ dalla parola ‘sinodo’ e la forte raccomandazione della tradizione sinodale da parte dei concili di Nicea, Trento e Vaticano II, l’autore chiarisce che, «sebbene i sinodi fossero essenzialmente sinodi di vescovi, il termine ‘sinodalità’ intende collocare la preoccupazione sinodale su una base più ampia. Il punto di partenza è il sacerdozio comune di tutti i battezzati, […] che si fonda sul battesimo comune. Secondo la traduzione letterale di ‘sinodo’, essi sono in cammino (hodós) insieme (sýn). La sinodalità si riferisce quindi al modo di vivere generalmente appropriato nella chiesa, in cui l’unico popolo di Dio vive insieme. In definitiva, la sinodalità è la realizzazione concreta dell’essenza della chiesa come communio, ossia la condivisione dei doni dello Spirito e della responsabilità comune» (ibidem). Ma tale realizzazione, avverte Kasper, «non è principalmente un problema organizzativo, ma piuttosto un problema spirituale […]. A immagine di Gesù, la chiesa è una realtà divino-umana. La sinodalità ha quindi un lato spirituale e un lato umano istituzionale. […] Già oggi possiamo dire: come chiesa sinodale, possiamo percorrere il cammino solo insieme. Alla fine, quindi, non ci dev’essere una maggioranza trionfante e una minoranza umiliata e sconfitta. Si deve lottare per la massima unità possibile, al fine di trovare soluzioni che possano essere condivise da almeno due terzi dei partecipanti» (pp. 180-181). Ecco perché, secondo il porporato, «il simbolo appropriato della leadership ecclesiale non è la piramide, con la punta rivolta verso l’alto, ma l’ellisse, i cui due fuochi si trovano sullo stesso livello. Non può esistere un sinodo senza o addirittura contro il vescovo, né può esistere un vescovo senza sinodo» (pp. 181-182).
D’altra parte, l’ampio paragrafo sulle strutture sinodali è esemplificativo della modalità e struttura narrativa dell’autobiografia kasperiana. Nel suo complesso, infatti, il volume non è semplicemente il racconto di una vita, bensì un arioso affresco in cui biografia, teologia, storia ecclesiale s’intrecciano organicamente. Non si tratta, dunque, di semplici memorie, ma di una rilettura teologica della propria esistenza che solo un raffinato pensatore quale Walter Kasper sapeva e ha saputo offrirci.
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