Alla fine, a cosa serve davvero il silenzio? Per molti è solo un vuoto inutile, un’assenza da riempire. Per Arthur Schopenhauer, invece, è il contrario: è proprio nel silenzio che qualcosa finalmente si rivela. È lì che capisce chi è, cosa pensa, cosa vuole dire al mondo. È lì, soprattutto, che immagina la propria strada di realizzazione e inizia a seguirla.
Nel 1814 Schopenhauer si trasferisce a Dresda e affitta una stanza affacciata sul fiume. Non la sceglie per caso. La vuole lontana da tutto, isolata, protetta dal rumore e dalle distrazioni. La padrona di casa racconta che spesso lo vede fermo alla finestra, immobile per ore, come se stesse ascoltando un suono che gli altri non potevano sentire. Non è assenza: è concentrazione. È un ascolto rivolto verso l’interno.
Schopenhauer nasce il 22 febbraio 1788 a Danzica, figlio di un ricco banchiere che avrebbe voluto indirizzarlo al commercio. Ma Arthur, più simile alla madre Johanna, scrittrice brillante e celebrata, non ha alcuna vocazione per quella vita. Appena morto il padre, abbandona ogni progetto mercantile e si dedica allo studio: Gottinga, Berlino, Jena. Ascolta Fichte, senza entusiasmo; scopre Kant, che lo segna profondamente; si immerge in Platone, che diventerà l’altra grande radice del suo pensiero. È un giovane inquieto, coltissimo, già convinto che la filosofia non sia un mestiere, ma un destino.
La sua vita non è semplice. Rapporti familiari tesi, amicizie rare, un carattere difficile. Eppure c’è qualcosa che gli riesce naturale. Stare da solo. Non come fuga dal mondo, ma come condizione in cui il mondo smette di essere confuso e diventa finalmente leggibile. La solitudine, per lui, è un luogo mentale, non un castigo.
A Dresda scrive le pagine più importanti della sua filosofia. Ogni giorno esce a camminare alla stessa ora, sempre da solo, sempre con un taccuino minuscolo in tasca. È lì che annota le idee che gli arrivano solo quando il rumore degli altri si spegne. Non cerca l’ispirazione: la lascia emergere. Il silenzio diventa un laboratorio, un terreno fertile in cui il pensiero può crescere senza interferenze.
Nel 1819 pubblica Il mondo come volontà e rappresentazione, il suo capolavoro. Ma non succede nulla. Le sue lezioni a Berlino vengono disertate in favore di Hegel, allora celebratissimo. Lui, invece, resta ai margini. Nel 1832 abbandona l’università e si ritira a Francoforte, dove vivrà per il resto della vita. Continua a scrivere, a studiare, a perfezionare il suo sistema. Nel silenzio, ancora una volta.
Non diventerà famoso subito. Anzi, per anni nessuno lo legge. Le sue opere passano inosservate, vengono ignorate o considerate troppo cupe. Lui però continua, nel totale anonimato. Non smette di scrivere, non smette di pensare, non smette di credere nella propria voce. Va avanti con un’ostinazione silenziosa, la stessa che ha imparato in quella stanza sul fiume, dove il mondo sembrava lontano e finalmente sopportabile.
Negli ultimi anni, quasi all’improvviso, la sua fama esplode: i Parerga e Paralipomena attirano l’attenzione, i lettori aumentano, il suo pessimismo diventa una lente attraverso cui molti iniziano a guardare il mondo. Ma lui, ormai anziano, resta fedele alla sua disciplina: silenzio, ordine, solitudine.
Per Schopenhauer, insomma, la solitudine non è un peso, ma un luogo necessario. Un luogo in cui ciò che di solito resta confuso diventa chiaro, in cui il pensiero si libera dalle aspettative degli altri e può mostrarsi per ciò che è davvero. Nel silenzio non si sente isolato. Si sente lucido, centrato, presente.
E forse è proprio questo il senso del silenzio: non riempire un vuoto, ma crearne uno. Uno spazio in cui ascoltare ciò che normalmente non si sente, in cui riconoscere la propria voce tra mille altre. Uno spazio in cui il mondo smette di chiedere e, per una volta, inizia a rispondere.
Silenzio
Cliché 11.10.2023, 21:55





