Storie

Figlio di due mondi, la memoria divisa di Zagrebelsky

Tra un padre russo segnato dall’esilio e una madre valdese cresciuta nella fede dell’uguaglianza, il grande giurista racconta in “Memoria di casa” le tensioni e le ricchezze di un’identità familiare «mescolata» come due fiumi diversi

  • 2 ore fa
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Gustavo Zagrebelsky, memoria di casa

Segni dei tempi 13.06.2026, 12:05

  • Segni dei tempi
Di: Cristina Ferrari 

Due minoranze, due coniugazioni diverse, quasi opposte. È la storia di Gustavo Zagrebelsky quella raccontata nell’ultima puntata della stagione di Segni dei tempi. Figura di spicco del panorama culturale e politico, non solo della penisola (è stato presidente della Corte costituzionale italiana tanto da indicarlo spesso anche alla carica di presidente della Repubblica tricolore), ha riportato nel suo ultimo libro Memoria di casa (Einaudi) il racconto della sua famiglia dalla composizione «alquanto rara». Padre émigré russo, di San Pietroburgo, con influenze cattoliche (lo era la nonna paterna di Gustavo Zagrebelsky), e madre valdese, di San Germano Chisone, vallata piemontese in provincia di Torino. È così che Zagrebelsky ha respirato fin da piccolo le difficoltà, ma anche le ricchezze, nell’aver ereditato un’identità complessa, fatta di diverse culture, di diverse tradizioni, di diversi fedi.

È nato il primo giugno 1943, «sotto le bombe» il noto giurista e costituzionalista: «Sono l’unico che porta un nome di tradizione valdese e che riporta alle generazioni in fuga dalle valli Chisone e Pellice verso la Svizzera durante le persecuzioni dei protestanti. Quelle stesse famiglie - ama ricordare Zagrebelsky - poi tornate per ridare vita a queste montagne con una marcia eroica attraverso le Alpi, il Glorioso Rimpatrio del 1689».

Qui nella piccola San Germano Zagrebelsky, cresciuto a Torino, ha vissuto soprattutto le sue vacanze estive da bambino. Lì c’è ancora la casa dove è nato. I genitori, Jean e Lisìn, si erano incontrati a Sanremo negli anni Venti: «Lui, fascinoso e tormentato, rimarrà sempre un emigrato alle prese con i suoi “giorni neri”. Lei, testarda e saggia, cercherà tutta la vita di sciogliere i nodi. Ma “fare memoria” non è semplicemente ricordare. È dare vita a chi l’ha perduta, rallegrarsi, affliggersi, chiedere scusa quando è il caso. È cercare di capire, senza giudicare».

La narrazione è quella di due minoranze, di qualcuno che si sente “straniero” rispetto all’altro: «Credo che sia una condizione comune pensare che la vita in famiglia non sia mai facile soprattutto se le personalità dei genitori sono personalità forti. Quella di mio padre era certamente forte nel senso di ingombrante, fatta di ricordi, di rimpianti, di rivendicazioni. Addirittura, di odio - racconta Zagrebelsky - nei confronti di coloro che avevano costretto la sua famiglia a lasciare la Russia e a non tornarvi mai più. Sul versante materno invece, era anch’esso di una minoranza, molto ben definita anche culturalmente. Ebbene, a prima vista si potrebbe pensare a due persone che si incontrano e rappresentano due minoranze. E cosa c’è di più facile che immaginarvi un’intesa? Invece il contrario perché la minoranza da cui proveniva il ramo paterno era una minoranza storicamente sconfitta e che l’uguaglianza, ovvero il comunismo, li aveva rovinati. Per mia madre, invece, l’uguaglianza era stata la salvezza».

Un libro che è soprattutto un «fare i conti. Soprattutto nei confronti di mio padre che era l’incompreso. Fare i conti con mio padre e chiedermi che cosa non ho fatto, che cosa noi tre figli non abbiamo fatto e forse avremmo dovuto fare e che forse avremmo potuto fare quando eravamo ancora in tempo. Ai miei nipoti e alle mie figlie dico di trarre questo insegnamento: non lasciate che il tempo passi invano, perché arriverà il momento in cui vi direte è troppo tardi. La sintesi potrebbe essere questa: dire solo adesso aver capito mio padre, ho capito le sue difficoltà. Ho capito come forse si sarebbe potuto fare di più, non per annullare la sua identità, ma per rendere il rapporto con l’altra parte della famiglia meno fragile».

Zagrebelsky riporta una metafora: «In questo libro si parla di “mescolare le acque”. Mio padre, originario di San Pietroburgo, dove passa il grande fiume, la Neva. Mia madre, di San Germano, dove scorre l’umile torrente del Chisone. Due corsi d’acqua: apparentemente quello che viene dalla Russia il più importante e maestoso. In realtà è il Chisone quello che ha tenuto in piedi la mia famiglia».

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