Oltretevere

Il conclave? Perché non obbedisce ai potenti

Le parole di Trump su Truth aprono un dibattito sull’elezione del vescovo di Roma, ma il nome del successore di Pietro nasce sempre da dinamiche interne alla Chiesa e non dalle pressioni dei governi, dalle agende dei presidenti o dai calcoli della geopolitica

  • 15 aprile, 14:00
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Di: Paolo Rodari 

L’idea che l’elezione di Robert Francis Prevost sia stata una reazione alla politica statunitense, come sostenuto da Donald Trump su Truth, nasce da un equivoco di fondo: attribuire al conclave una logica che non gli appartiene. I cardinali non votano per rispondere ai presidenti, non calibrano le loro scelte sulle tensioni internazionali, non si lasciano orientare dalle agende dei governi. La Chiesa si muove secondo un tempo proprio, più lento e più profondo, e sceglie il suo vescovo di Roma sulla base di esigenze interne, non di pressioni esterne. L’unico riflesso proveniente da Washington è arrivato dopo l’elezione, quando il clima globale ha accelerato la fine della fase di rodaggio del nuovo pontefice. Ma la scelta di Leone è maturata altrove: dentro un processo ecclesiale che affonda le radici nei pontificati precedenti e che nessun capo di Stato avrebbe potuto orientare.

Leone, un pontificato che riafferma l’autonomia morale della Chiesa

L’immagine di un papa eletto in risposta a un presidente americano non regge alla prova dei fatti. Prevost è stato scelto perché capace di incarnare una sintesi interna: continuità geopolitica con il percorso avviato da Francesco e rassicurazione dottrinale per una parte del collegio. Un papa rassicurante, ma non di compromesso. La sua voce si è fatta più netta solo dopo l’elezione, quando il contesto internazionale lo ha spinto a uscire dalla prudenza iniziale. Le parole del 10 aprile - «Dio non benedice la guerra e il cristiano non sta mai dalla parte di chi lancia le bombe» - non sono un messaggio indirizzato a un leader politico, ma la riaffermazione dell’indipendenza morale della Chiesa. Leone non reagisce ai governi: li supera, li giudica, li relativizza. È il segno di un pontificato che non accetta di essere arruolato nelle logiche delle potenze.

Bergoglio, la matrice che ha reso possibile l’ascesa di Prevost

L’elezione di Leone non nasce da dinamiche esterne, ma da un percorso interno che affonda le radici nel pontificato di Bergoglio. È stato Francesco a chiamare Prevost a Roma dopo l’esperienza in Perù, riconoscendone la capacità di incarnare una Chiesa più attenta alle periferie e meno dipendente dagli equilibri globali. In conclave, i cardinali che condividevano questa visione hanno visto in lui la continuità naturale: lo spostamento del baricentro cattolico verso il Sud del mondo, la critica ai modelli economici dominanti, la ricerca di una postura internazionale non allineata alle grandi potenze. Chi tenta oggi di contrapporre Leone a Francesco ignora questa genealogia. Il nuovo papa non corregge Bergoglio: ne rende più esplicita la traiettoria.

Anche le logiche che portarono all’elezione di Bergoglio non furono politiche. Da una parte c’era bisogno di un outsider capace di rimettere ordine dopo la stagione dei Vatileaks; dall’altra serviva un vescovo di Roma che riequilibrasse le aperture atlantiche del duo Wojtyła–Ratzinger e riportasse il fuoco della Chiesa verso il Sud globale, quel Sud sfruttato e oppresso da un Occidente spesso prepotente e distratto.

Ratzinger, l’esigenza di un equilibrio interno, non di un contrappeso geopolitico

Il pontificato di Ratzinger aveva accompagnato una fase di maggiore vicinanza all’Occidente, ereditata dal lungo ciclo polacco. Giovanni Paolo II aveva portato la Chiesa oltre ogni confine geografico, ma talvolta trascurando il lavoro interno, più nascosto ma necessario. Così, nel 2005, alla sua morte, serviva un “watchdog” della fede che rimettesse ordine nei dossier aperti, e il pastore tedesco sembrava adatto allo scopo. Certo, il pontificato aprì vulnus non irrilevanti: prima con il mondo islamico (per via del discorso di Ratisbona), poi con quello ebraico (a causa della liberalizzazione del rito antico che includeva la preghiera pro perfidis Iudaeis e della riammissione alla comunione con Roma di un vescovo negazionista della Shoah). Ma i motivi che portarono i cardinali a eleggerlo seguivano logiche interne, non politiche. Il conclave non cercava un contrappeso geopolitico: cercava un custode.

Wojtyła, dalla stagione geopolitica alla libertà del conclave

Il lungo pontificato di Giovanni Paolo II aveva collocato la Chiesa al centro delle dinamiche globali, spesso in dialogo con i grandi attori politici del tempo. Ma quella stagione non ha creato un precedente che autorizzi a leggere ogni conclave come un riflesso della geopolitica. È vero, nel 1978 i cardinali videro in Karol Wojtyła l’uomo capace di portare il messaggio del Vangelo oltre la Cortina di ferro, dentro il mondo dei regimi comunisti che egli stesso aveva conosciuto e sofferto. Tuttavia, l’intento non era quello di contrapporre politicamente un vescovo di Roma alle dittature, bensì di offrire ai popoli oppressi un messaggio di speranza e di libertà spirituale.

Giovanni Paolo II trovò senz’altro nel mondo occidentale un interlocutore favorevole, ma non per questo divenne un pontefice “allineato”. Una volta caduto il Muro, fu infatti tra i primi a criticare con forza l’idea di esportare la democrazia attraverso la guerra, prendendo le distanze dalle operazioni militari promosse dalle amministrazioni Bush, in particolare nei conflitti del Golfo. La sua stagione geopolitica, dunque, non fu mai subordinazione alla politica, ma esercizio di una voce autonoma. Ed è proprio questa autonomia che i conclavi successivi hanno continuato a rivendicare, fino all’elezione di Leone: un pontefice scelto non per rispondere ai governi, ma per guidare la Chiesa secondo logiche che nessuna potenza può dettare.

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