Etica

Intelligenza artificiale ed etica, la battaglia per l’anima digitale

Dalla “tecno-archia” al capitalismo dei dati, la sfida è riprendere il controllo della tecnologia e trasformare l’intelligenza artificiale in un bene comune

  • Un'ora fa
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IA etica: un’illusione?

Alphaville 12.03.2026, 12:05

  • iStock
  • Francesca Rodesino e Cristina Artoni
Di: Rod 

Il ruolo delle tecnologie digitali cresce a ritmo accelerato. Insieme, aumenta il rischio di sottovalutare le implicazioni etiche di questa trasformazione. Lelio Demichelis, sociologo della tecnica (ospite ad Alphaville), descrive la nostra epoca con il neologismo “tecno-archia”, un sistema in cui algoritmi, intelligenza artificiale e strutture tecnologiche assumono un peso sempre maggiore nelle decisioni collettive e nella vita quotidiana, rendendo gli esseri umani sempre più dipendenti dalle macchine. Ma una domanda resta cruciale: chi controlla davvero queste tecnologie? E soprattutto, a quali fini vengono sviluppate?

Il dilemma etico dell’IA

Il tema è tornato al centro dell’attenzione dopo il confronto tra aziende di intelligenza artificiale e istituzioni militari negli Stati Uniti sull’uso di queste tecnologie in ambito bellico. Il caso ha riaperto la discussione su un punto cruciale: è possibile integrare principi etici in sistemi che funzionano principalmente attraverso il calcolo?

Secondo Demichelis, il problema è strutturale. L’intelligenza artificiale, spiega, è costruita su una logica di calcolo e ottimizzazione che non coincide con l’etica umana. «L’etica è qualcosa che confligge con il calcolo», osserva il sociologo, sottolineando come le macchine non possano possedere una responsabilità morale nel senso umano del termine. Ma per altri studiosi il nodo centrale non riguarda tanto l’etica delle macchine quanto quella di chi le controlla.

Il potere dei dati

Vanni Rinaldi, esperto di innovazione tecnologica, sposta infatti l’attenzione sui proprietari delle infrastrutture digitali. «Più che cercare l’etica nelle macchine», sostiene, «dovremmo chiederci se esiste nei proprietari delle tecnologie». Il rischio è che l’intelligenza artificiale venga sviluppata soprattutto per generare profitto.

Il modello dominante delle grandi piattaforme digitali si basa infatti sull’estrazione e sulla monetizzazione dei dati prodotti dagli utenti. Informazioni personali, comportamenti online e preferenze diventano una risorsa economica che può essere raccolta, analizzata e rivenduta per molteplici scopi. Demichelis definisce questo sistema una forma di “capitalismo di rapina”, in cui i dati, e quindi una parte significativa della nostra vita quotidiana, vengono trasformati in merce.

Un’IA come bene comune

Nonostante le criticità, esiste anche una prospettiva alternativa. Secondo Rinaldi, i dati hanno una caratteristica fondamentale: sono beni non rivali, cioè possono essere replicati e utilizzati da più soggetti senza esaurirsi. Questo apre la possibilità di sviluppare modelli diversi, in cui le informazioni digitali diventino risorse condivise.

In Europa stanno emergendo alcune iniziative in questa direzione. Un esempio è rappresentato da cooperative e progetti che permettono ai cittadini di gestire collettivamente i propri dati, mettendoli a disposizione della ricerca scientifica o di servizi pubblici.

L’obiettivo è costruire quella che Rinaldi definisce una “intelligenza artificiale sociale”, capace di produrre beni comuni digitali invece di alimentare esclusivamente il profitto delle grandi piattaforme.

La sfida della tecno-archia

Il problema, però, resta più ampio. La “tecno-archia”, secondo Demichelis, è l’espressione di una razionalità tecnologica orientata alla massimizzazione della produzione, del consumo e del profitto. Una logica apparentemente razionale che, paradossalmente, può generare effetti profondamente irrazionali, come crisi ambientali, squilibri economici e nuove forme di disuguaglianza.

Inoltre, man mano che i sistemi automatizzati diventano più complessi, cresce anche il rischio che sfuggano al controllo umano. «Affidiamo sempre più decisioni a macchine che non comprendiamo pienamente», avverte il sociologo. Un problema che non riguarda solo la tecnologia, ma anche la democrazia.

Il futuro dell’intelligenza artificiale dipenderà quindi dalle scelte politiche, economiche e culturali che verranno fatte nei prossimi anni. La questione non è soltanto tecnica: riguarda il tipo di società che vogliamo costruire. E soprattutto chi, nel mondo digitale che stiamo creando, detiene davvero il potere.

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