Filosofia e Religioni
Cristianesimo

La fine di un pregiudizio millenario, perché le donne non sono la «porta del diavolo»

Da Eva a Lucida Mansi, la cultura patriarcale ha sempre proiettato il peccato sul corpo femminile. Oggi la sfida si sposta nello specchio e negli algoritmi, tra l’ansia di dover essere «tutto» e la paura di non valere

  • 45 minuti fa
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Di: Rod 

La figura del diavolo attraversa l’intero testo biblico. Antico e Nuovo Testamento descrivono ampiamente il principe delle tenebre, l’angelo decaduto che scelse la ribellione a Dio. Di lui hanno scritto spesso i pontefici, riaffermandone l’esistenza, e oggi ne discute anche Donne Chiesa Mondo, l’inserto femminile dell’Osservatore Romano, interrogandosi su quale volto assuma oggi il diavolo delle donne.

Le grandi mistiche cristiane (come Teresa d’Avila, Ildegarda di Bingen e Giuliana di Norwich), spiega l’inserto, non considerano il demonio un’astrazione, quanto una presenza reale da combattere. Teresa ne descrive i dettagli fisici come una cronista dell’invisibile e formula anche un’intuizione psicologica modernissima: il pericolo più grande non viene da fuori, ma da dentro. È la «melanconia spirituale», quella falsa umiltà e auto-svalutazione che convince le donne di non valere abbastanza e di non meritare la grazia divina.

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Diavolo

Una storia del diavolo

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  • Alessandro Bertellotti

Questa dinamica interiore si ricollega alle origini della Scrittura. Il dialogo tra il serpente e la donna in Genesi rappresenta il primo discorso teologico della Bibbia: la donna ha il coraggio di confrontarsi con il desiderio di superare il limite umano, discutendone i confini. Tuttavia, l’immaginario collettivo ha spesso ridotto questa scena a una colpevolizzazione di genere. Sebbene nel testo originale della Caduta non compaia alcun diavolo inteso come entità autonoma (la vicenda si consuma interamente nel rapporto tra Dio e l’umanità), la teologia successiva ha storicamente riscritto la triade serpente, donna, frutto in diavolo, donna, peccato.

Questa identificazione tra donna e diavolo pesa da secoli sul cristianesimo. Scrittori come Tertulliano definirono la donna «porta del diavolo», e figure bibliche come Dalila o leggende popolari come quella della lucchese Lucida Mansi ne hanno consolidato il mito come simbolo di vanità, seduzione e perdizione. Come spiega la teologa Stefanie Knauss, l’associazione del femminile alla corporeità, alle passioni e all’irrazionale ha radici nella filosofia greca e ha giustificato storicamente la caccia alle streghe e il controllo patriarcale. Persino l’Illuminismo, esaltando la pura razionalità, ha finito per svalutare la sensibilità e il corpo, tradizionalmente associati alle donne.

Oggi il diavolo ha abbandonato corna e zoccoli per assumere forme culturali, economiche e interiori. Il controllo sul corpo femminile passa ancora attraverso la stessa logica che per secoli ha identificato la donna con la tentazione (il 24% degli italiani, ad esempio, ritiene ancora che il modo di vestire possa provocare una violenza).

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Per suor Anna Maria Vitagliani, la naturale intuizione e capacità seduttiva delle donne diventa un rischio quando si trasforma in manipolazione o nel «complesso della crocerossina»: il bisogno di farsi carico di ogni problema per esistere solo attraverso la cura dell’altro. Per la studiosa Francesca Serra, invece, il demone contemporaneo è l’ossessione di un corpo performante e iper-sessualizzato richiesto dal mercato, un controllo capitalistico e patriarcale che le donne stesse hanno introiettato.

Il nuovo demoniaco coincide così con la richiesta impossibile di essere tutto contemporaneamente: super-mamme, super-mogli, professioniste impeccabili. Questa pressione genera frustrazione, il senso di colpa materno (mom guilt) e l’incapacità di accettare i propri limiti. Nella spiritualità ignaziana, il male si riconosce dalla pesantezza e dalla mortificazione della vita.

Se Teresa d’Avila vedeva il demonio nell’oratorio, le donne del XXI secolo lo incontrano nello specchio, negli algoritmi e nel confronto con modelli impossibili. La sfida resta quella di riconoscere la menzogna: il diavolo (diábolos, colui che divide) agisce separando la donna da sé stessa. La libertà comincia quando si smette di guardarsi con gli occhi del giudizio e si torna a guardarsi con i propri.

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  • Luisa Nitti

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