Filosofia e Religioni
Cristianesimo

Non solo lefebvriani, l’altra Chiesa che cercava la misericordia oltre i dogmi

Mentre il mondo guardava allo scisma di Ecône, si spegneva Giovanni Cereti, il teologo che anticipò la svolta sui divorziati risposati

  • Un'ora fa
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  • Keystone
Di: Rod 

Mentre i media di tutto il mondo seguivano l’evolversi dello scisma lefebvriano se ne è andato per sempre un grande teologo che dalle posizioni degli ultratradizionalisti di Ecône era lontanissimo: Giovanni Cereti, studioso di patristica ed ecumenismo, che per anni ha portato avanti la tesi della legittimità della riammissione all’eucaristia dei divorziati risposati. Negli ultimi quarant’anni Cereti andò incontro a una certa diffidenza ed emarginazione da parte dell’establishment ecclesiastico a motivo di un libro uscito nel 1971, Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva (Aracne, 2013), nel quale egli invocava la riconciliazione e la riammissione all’eucaristia dei divorziati risposati richiamandosi alla prassi vigente nella Chiesa dei primi secoli. Rettore di San Giovanni Battista dei Genovesi in Trastevere, ha sempre studiato e approfondito le sue ricerche pur in mezzo ad un’intensa attività di carattere pastorale.

Per Cereti tornare alla Chiesa primitiva significa rifocalizzare bene come comportarsi con chi si separa. La Chiesa primitiva, infatti, difendeva il matrimonio monogamico contro i rigoristi che lo contestavano, «ma poco per volta - così disse lo stesso Cereti in una recente intervista - prese coscienza dell’esistenza di peccatori anche fra i battezzati e del potere che le era affidato di rimettere i peccati. Essa esercitò questo potere attraverso la penitenza pubblica e non reiterabile».

Come avveniva questa penitenza? «In sostanza - continuava Cereti - coloro che venivano sottoposti alla penitenza partecipavano solo alla prima parte della messa, la “liturgia della Parola”, e non al banchetto eucaristico. Tuttavia, dopo uno o più anni di penitenza, venivano riconciliati e riammessi all’eucaristia».

La Chiesa non ha seguito fino in fondo questa strada. Il divieto, infatti, per chi divorzia di partecipare all’eucaristia resta, tuttavia grazie ad Amoris Laetitia (2016) si è aperta una storica svolta pastorale che supera la logica dell’esclusione automatica e generalizzata. Papa Francesco, infatti, ha introdotto il principio del discernimento caso per caso, affidando ai confessori il compito di valutare la responsabilità soggettiva dei fedeli all’interno delle loro specifiche storie dolorose. Attraverso questo percorso di accompagnamento, e laddove si riscontrino attenuanti che riducono la colpa morale, la celebre e discussa nota 351 del documento ammette che l’aiuto della Chiesa possa includere anche l’accesso ai sacramenti della riconciliazione e dell’eucaristia. Non si tratta quindi di un via libera indiscriminato o di una riforma dottrinale sul matrimonio, bensì di un approccio misericordioso che mira a integrare e sanare, valutando la complessità della vita reale anziché applicare norme rigide in modo impersonale.

Giovanni Cereti

Giovanni Cereti

Per la Chiesa cattolica il matrimonio è un sacramento indissolubile. Tanto che nessuno può fare venire meno un matrimonio se non gli sposi stessi con le proprie decisioni. «Quando gli sposi decidono di venir meno alla parola data nella celebrazione del matrimonio, quando si separano, - disse ancora Cereti - distruggono automaticamente il segno sacramentale che consiste nell’amore e nella volontà di essere marito e moglie. Così viene meno anche il vincolo coniugale e la grazia del sacramento. È la stessa cosa che accade per l’eucaristia: eucaristia e matrimonio sono gli unici “sacramenti permanenti”. Per i cattolici, fino a che il pane consacrato resta pane, resta la presenza reale. Ma se il pane ammuffisce, il venir meno del segno sacramentale fa venire meno la presenza reale e quindi la grazia del sacramento. Così è per il matrimonio».

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La rottura dei lefevbriani

SEIDISERA 01.07.2026, 18:00

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