Amy Winehouse

Il mito che uccide

«Too Old to Rock’n’Roll, Too Young to Die», «Troppo vecchio per il Rock’n’Roll, troppo giovane per morire», recitava nell’ormai archeologico 1976 un brano dei Jethro Tull del pifferaio magico Ian Anderson (che al tempo aveva 29 anni, oggi ne ha 74 e si sta godendo una tranquilla ma non per questo inoperosa vecchiaia in Scozia, dove possiede tra l’altro un allevamento di salmoni). Ma allora il Rock’n’Roll è stato tutta una finzione, una “grande truffa”, come proclamavano polemicamente i Sex Pistols pressappoco negli stessi anni?

Sì, no, ma, forse… Cosa si può dire, ad esempio, dei membri del macabro “Club del 27”, che annovera i musicisti morti prematuramente all’età di 27 anni (Kurt Cobain, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, e primo fra tutti Robert Johnson)? Cosa li ha uccisi? Il consueto mix di alcol farmaci e droga? Un colpo di fucile? Oppure, in senso più ampio e nel segno di una perversa dialettica, il peso del mito, gli stessi problemi patemi e depressioni che avevano ispirato la loro musica? In fondo, la leggenda si nutre anche dell’incertezza e del mistero. Eternamente giovani, eternamente misteriosi, eternamente “maudit”, icone di una ribellione scolorita in ribellismo e approdata infine  -ovviamente post mortem- alle placide rive del marketing discografico, dell’oggettistica trendy e dell’abbigliamento. La questione, insomma, è dannatamente complicata.

Una cosa è comunque certa: Amy Winehouse, che dieci anni fa è purtroppo entrata a far parte del “Club del 27”, era ovviamente troppo giovane per morire, ma era già troppo vecchia per il Rock’n’Roll. Non solo e non tanto perché i due dischi pubblicati in vita (“Frank” del 2003 e il celeberrimo e acclamatissimo “Back To Black” del 2006) sarebbero stati difficilmente superati (anche se non ne avremo mai l’assoluta controprova, come nel caso di “Grace” di Jeff Buckley, l’ultimo grande disco rock dopo “Nevermind” dei Nirvana), ma soprattutto perché il talento che la natura le aveva regalato -una voce unica, proveniente da chissà dove, con un’estensione e un timbro semplicemente incredibili in una donna di razza bianca e paragonabili soltanto alle grandi vocalist di colore- aveva trasformato nell’arco di pochi anni una ragazza di origini ebraiche della periferia nord di Londra in un mito vivente.

Il fotografo e giornalista musicale Jay Brooks ne ha fornito una definizione davvero molto indovinata: «Amy Winehouse è una ventenne che canta come una quarantenne, come se Nina Simone e Billie Holiday duettassero con Lauryn Hill e Erykah Badu attraverso il tempo e la storia». Ci sono alcune esibizioni, in particolare, nelle quali la giovane Amy ha raggiunto vette inimmaginabili, ad esempio in questa rilettura (una vera e propria reinvenzione) di “Don’t Go to Strangers” di Etta James alla BBC, insieme a due leggende del rock inglese quali Paul Weller e Jools Holland, che si limitano a fornire la cornice musicale e quasi impallidiscono di fronte al prodigio. Perché di prodigio si tratta. Era il 31 dicembre 2006.

In quel periodo, col suo eclettismo e la sua capacità di affrontare e dominare un po’ tutti i generi, Amy Winehouse era una star planetaria, l’essenza della musica pop-rock nelle sue varie declinazioni, l’incarnazione stessa del successo. Altre voci, altre stanze, verrebbe quasi da dire riprendendo il titolo del libro di debutto di un certo Truman Capote, che ha avuto modo di conoscere fin troppo da vicino le due facce del successo e della fama, proprio quel successo e quella fama che Robert Walser affermava di temere più della vita stessa.

Perché il prezzo è molto alto, e non tutti sono in grado di pagarlo. Perché tanto, troppo successo significa anche tanto, troppo denaro, troppe pressioni, l’obbligo di essere costantemente all’altezza, la vita personale che diventa un fatto pubblico e una notizia di cronaca. E in più, nel caso di Amy Winehouse, il successo investe pesantemente una giovinezza senza difese e un carattere fragile, si nutre di relazioni e amicizie sbagliate, sfocia in un matrimonio miseramente fallito e sgorga infine in una palude fatta di dipendenza dall’alcool e dalla droga, con lunghi quanto inutili periodi trascorsi in istituti di disintossicazione. E allora la solitudine diventa abbandono, il nulla della vita confluisce quasi naturalmente nel nulla della morte, il 23 luglio 2011, quando la giovane ventisettenne viene trovata senza vita nel suo appartamento del quartiere di Camden, a Londra. Too Old to Rock’n’Roll, Too Young to Die? Non c’era proprio altro, nella sua voce e nelle sue canzoni?

Certo che c’era dell’altro. Perché Amy Winehouse, esattamente come Kurt Cobain, ha disseminato nei testi e nella musica delle proprie canzoni una serie di richieste d'aiuto che nessuno ha saputo o potuto recepire. Ovviamente col senno di poi è molto più facile, ma taluni messaggi già allora erano inequivocabili, tanto più se espressi con “quella” voce. E forse la tragedia, con sinistre venature di commedia (perché nel cosiddetto “show-biz” -immagine speculare della vita- ogni tragedia vira fatalmente in commedia), è proprio questa. Basti pensare alle due canzoni più celebri: “Rehab”, col suo apparentemente gioioso ritmo in levare, nella quale la Winehouse dichiara di non volersi sottoporre a nessuna cura disintossicante, e soprattutto la sontuosa “Back To Black”, con la sua voce che nel middle-eight, sostenuta soltanto da una base ritmica appena accennata e un sottilissimo tappeto d’archi, sembra salire da chissà quali normalissimi abissi di dolore e sofferenza, prima di ripiombare di nuovo nell’oscurità: Back To Black, appunto, come illustrato anche dal bellissimo video, molto evocativo e purtroppo molto profetico.

«Io ai tempi non scherzavo con roba così devastante come fanno adesso. Amy ha troppo talento per poterlo buttare via così. Ad un certo punto, dovrà fare un passo indietro e interrogarsi: voglio vivere o morire?»: sono parole del luglio 2008, pronunciate da Alice Cooper, icona rock e maestro di eccessi (si fa per dire), oggi settantatreenne e ancora saldamente sulla breccia. “Troppo talento”: è la verità, una verità umanissima e lacerante, la verità del mito che uccide. Esattamente tre anni dopo, la ventisettenne Amy Winehouse ha fatto un passo indietro, si è interrogata e ha trovato una risposta: “la” risposta. A noi non resta che continuare a percepirne l’eco nelle sue canzoni.

Mattia Mantovani
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