Chateaubriand

Le malinconie dell’“enchanteur”

Le hanno amate tutti, dal giovane Flaubert (che insieme all’amico Du Camp si recò perfino in pellegrinaggio al castello di Combourg in Bretagna) a Théophile Gautier e Charles Baudelaire, da Victor Hugo a Marcel Proust (che vi ravvisava la più compiuta e profonda percezione del “temps perdu” quale elemento costitutivo della condizione umana), da Jean-Paul Sartre all’insospettabile Louis-Ferdinand Céline, che se ne fece addirittura recapitare una copia nell’esilio in Danimarca.

Le parole più entusiastiche rimangono tuttavia quelle di Flaubert: «Fra le rovine delle sue convinzioni, assisterà infine alla sua gloria come se fosse stato già tra i morti. Nato al momento del declino di una società e all’alba di un’altra, è venuto per esserne la transizione e per riassumerne le speranze e i ricordi. E’ lui che prima di tutti, prima di Byron, ha emesso il grido di orgoglio più selvaggio, espresso la disperazione più spaventosa». Le “Memorie d’oltretomba” di François René de Chateaubriand hanno davvero segnato a fondo intere generazioni di scrittori, in Francia e non solo. Anzi, si potrebbe dire che le hanno fatte “ammalare”.

Più ancora che con le “Confessioni” di Rousseau, è infatti con questo libro straordinario, monumentale, per molti versi indefinibile, che la letteratura moderna comincia a tematizzare il soggetto/oggetto più elusivo e sfuggente: l’io, l’individuo, il suo farsi nella storia e con la storia, il suo divenire nell’interiorità e nel confronto col mondo. «Spesso gli uomini di genio hanno annunciato la propria fine con dei capolavori. E’ la loro anima che se ne va», ha scritto André Maurois, il più acuto e sensibile dei suoi molti biografi. Chateaubriand, nato a Saint-Malo il 4 settembre 1768, muore il 4 luglio 1848 a Parigi all’età di 79 anni. Politico, scrittore, filosofo, storico e molto altro ancora, Chateaubriand attraversa con la propria vita e la propria opera il momento decisivo della storia francese, europea e mondiale, ma quando muore a Parigi la città è immersa nell’ennesima rivoluzione, e nessuno o quasi si accorge della sua morte. Ai piedi del letto di morte c’è una cassa, e dentro la cassa ci sono le “Memorie d’oltretomba”, un memoriale che è anche un epistolario, il racconto di molteplici viaggi in ogni parte del mondo, un saggio storico e insieme una riflessione filosofica, un trattato di politica scritto da chi la politica l’ha vissuta in prima persona e insieme una resa dei conti al cospetto della propria coscienza e in prossimità della morte. E’ l’opera di anni e anni di vita, ideata nel 1811 e terminata due anni prima della morte, nel 1846.

Quando Chateaubriand scrive le proprie memorie si sente sopravvissuto a se stesso, al proprio tempo, alla propria epoca. Ecco perché il suo sguardo si volge sempre dal presente verso il passato, nel tentativo di trovare una continuità che trascenda e insieme tenga unito il divenire storico e la concretezza della vita individuale. Ed ecco inoltre il motivo per cui le sue sono “memorie d’oltretomba”, perché sono scritte all’interno di una prospettiva che si situa già al di fuori della vita e appunto oltre la vita. La continuità molto probabilmente non esiste, non è data, ma è proprio questa prospettiva (il racconto di una vita come impossibilità di quello stesso racconto) a conferire alle pagine di Chateaubriand non solo un fascino senza tempo, ma anche una malinconica e disillusa lucidità.

L’“enchanteur”, adorato da intere schiere di donne, l’uomo che ha vissuto la monarchia, la rivoluzione, il terrore e la restaurazione, vivendo una dopo l’altra tutte le fasi della caduta e della scomparsa del vecchio mondo, e che nelle pagine di questo libro le ripercorre con assoluta precisione e senza alcuna autoindulgenza, riesce anche a guardare all’avvenire con una lungimiranza che oggi, poco meno di due secoli dopo, ci fa letteralmente rabbrividire: «La società moderna adesso si sta decomponendo. Noi siamo fiacchi, perché ci troviamo nella progressione discendente. Quante speranze riposte in talenti e in personalità sono state deluse! Se togliete una trentina di uomini veramente di valore, che gregge di generazioni libertine, abortite, prive di convinzioni, che si avventano sul denaro e sulle cariche come i poveri su una distribuzione gratuita. Siamo solo generazioni di passaggio, intermedie, oscure, destinate all’oblio». Il tutto si conclude con un’esclamazione quasi veterotestamentaria, che non a caso piaceva moltissimo al compianto Guido Ceronetti e ribalta la prospettiva (l’“ennui”, il disgusto della vita “prima della vita”) adombrata nel capolavoro giovanile “René”, il “livre de chevet” di un’intera generazione, venerato in particolare dal Flaubert di “Novembre” e “L’educazione sentimentale”: «Uomini che amate la gloria, abbiate cura della vostra tomba, coricatevi bene, cercate di farci bella figura, perché ci resterete».

Le memorie di Chateaubriand sono precisamente questa sorta di cura preventiva della propria tomba, o per meglio dire del proprio oltretomba in vita, che lo stesso Chateaubriand pensò inizialmente di trascorrere a Lugano, come si può desumere dal resoconto di un viaggio in Svizzera nel 1832: « Le montagne che circondano il Lago di Lugano mi hanno ricordato la grazia, la forma e la vegetazione dell’Arcipelago delle Azzorre. Avrei dunque consumato l’esilio dei miei ultimi giorni sotto quei ridenti portici in cui la principessa di Belgioioso ha lasciato cadere alcuni giorni dell’esilio della sua giovinezza? Avrei dunque terminato le mie “Memorie” all’entrata di quella terra classica e storica in cui hanno cantato Virgilio e il Tasso, e in cui si sono compiute tante rivoluzioni? Avrei rievocato il mio destino bretone alla vista di quelle montagne Ausonie?». E al ritorno dal viaggio, in una lettera indirizzata all’amica Hortense Allart: «A Lugano ho avuto la tentazione di prendere in affitto una villa incantevole in cui aveva abitato la principessa Belgioioso, e di seppellirmi là in mezzo ai temporali».

Il riferimento al breve esilio svizzero di Cristina Trivulzio di Belgioioso invita a riflettere sul fatto che Chateaubriand, autore del fondamentale “Saggio sulle rivoluzioni”, non fece in tempo ad assistere a quella grande rivoluzione mancata, o comunque abortita, che si chiama Risorgimento italiano. Non sapremo mai cosa ne avrebbe scritto. Chateaubriand vivrà infatti l’“oltretomba” a Parigi e dopo la morte verrà sepolto sull’isolotto di Grand Bé nei pressi della natia Saint-Malo: «Un grande scrittore francese ha scelto di riposare qui per non sentire nient’altro che il mare e il vento», dice la targa che si trova nei pressi della tomba. L’autore di “René” -il libro della vita come miraggio e della rinuncia come scelta esistenziale, in un mondo ormai privo di sogni- sapeva che sarebbe andata così. E sapeva anche che il “vague des passions” sarebbe poi diventato il “male del secolo”. Forse lo aveva capito proprio a Lugano, nel fatidico 1832: «Se la cortina di quelle montagne si fosse alzata, mi avrebbe rivelato le pianure della Lombardia. E al di là di quelle pianure, Roma, e poi Napoli, e poi la Sicilia, la Grecia, la Siria, l’Egitto, Cartagine: rive lontane che ho misurato coi miei passi, io che non posseggo il lembo di terra che calco! Eppure, morire qui? Finire qui?».

Mattia Mantovani
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