Georges Brassens

Le vrai anarchiste

Georges Brassens è stato il vero anarchico della canzone francese. L’antagonista, il contestatario, l’anti Saint-Germains-de-Près (che allora, nel secondo dopoguerra, rappresentava il centro catalizzatore della vita intellettuale, musicale e culturale). 

La sua è stata la voix autre, la più nuova e la più semplice, scevra di retorica e stentoreità tanto da apparire scarna e disadorna. Ma è stata anche la più difficile da amare per un pubblico che era abituato alle interpretazioni della Gréco, di Ferré, di Mouloudji o Cathrine Sauvage, dove la sofisticazione prevaleva sulla protesta, il sentimentalismo sulla poesia, il pathos sull’autenticità, l’intellettualismo sulla cultura.

Omaggio a Georges Brassens

Omaggio a Georges Brassens

Interpretazioni di Beppe Chierici, Fausto Amodei, Nanni Svampa, Paco Ibanez (RSI, 1983)

Brassens, insomma, entrò nel mondo della canzone francese rivoluzionandolo. Il suo ingresso fu senza orchestra, imbracciando una chitarra, baffoni grezzi e capelli scompigliati. Nella sua voce riecheggiava un anarchismo selvaggio e senza fronzoli. Le sue canzoni parlavano di gente comune, alle prese con una quotidianità ingiusta e immorale, in cui prevalevano egoismo e ipocrisia. Canzoni caustiche e rabbiose, che corrodevano alla base la società borghese, colpevole di non offrire una possibilità di riscatto agli emarginati, ai reietti, ai proletari, costretti ad una vita senza dignità.

Il cantante che più gli si avvicinava, per rabbia e corrosività politica, era Boris Vian, ma anche in lui c’era ancora troppa sofisticazione, il timbro riecheggiava l’enfasi di Prévert, mentre in Brassens regnava il nudo esistenzialismo alla Sartre e alla Queneau. Certo Le diserteur rimane a tutt’oggi forse la più incisiva canzone civile, ma Mourir pour des idées di Brassens corrode ancora più a fondo, tanto che sembra ancora sanguinare e bruciare, così attuale nella sua critica agli ideologismi, pur conservando un fervore civile ed umano.

Show Brassens

Show Brassens

Musica e teatro con amici (Archivi, 1977)

Paragonato ad un giardiniere per la sua capacità di cesellare ogni verso a seconda se dovesse raccontare una storia, dileggiare un potente, sbeffeggiare un ipocrita o cantare una poesia d’amore, Brassens è stato preso a modello da molti suoi contemporanei ed epigoni. Cantato da un migliaio di interpreti negli idiomi di tutto il mondo, memorabili sono le interpretazioni italiane di De André e Paoli, quelle in spagnolo di Paco Ibanez (il suo amico e interprete più fedele), quelle in inglese della jazzista Maxine Green (che ha dato il nome di Projet Brassens Quartet alla sua jam session), quelle del cileno Eduardo Peralta (che ha diffuso «la poesia, la tenerezza e la filosofia anarchica di Brassens» nell'America Latina oppressa dalla dittatura e dalla corruzione politica), e infine quelle in russo di Alexander Avanassov (che negli anni della guerra fredda trovò nella sua musica un inno alla libertà di pensiero).

Acclamato poeta alla stregua di un Villon, di un Hugo, di un Musset o di un Verlaine, di cui  tra l’altro seppe far rivivere le parole e le immagini, Brassens fu definito da Gabriel Garcia Marquez come «il più grande poeta francese vivente», simile a un «Rabelais perduto e feroce».

Nelle sue canzoni Brassens non solo si schierò mordacemente contro ogni autorità (suscitando reazioni a volte scandalizzate, come nel caso de Le Gorille, in cui prese posizione contro la pena di morte ritraendo i magistrati e i poliziotti in modo irriverente), ma seppe anche indagare (con versi ora dolci, ora graffianti) l’eterno mistero femminino (si ricordi la stupenda canzone Je me suis fait tout petit, scritta per la donna della sua vita, Joha Heiman detta Puppchen, bambolina in tedesco). Altri temi a lui cari furono il perché della morte, l’affetto straziato per gli ultimi e i diseredati, l’odio-amore per la Parigi bohémienne.

Della capitale francese apprezzava soprattutto il suo côté notturno ed equivoco, quello del Lungosenna, brulicante di prostitute, di gatti che si strofinavano ai lampioni e di innamorati che si scambiavano carezze sulle panchine, un po’ romantici e un po’ patetici come gli amanti di Peynet, cui l'artista dedicò una delle sue canzoni più famose (Les amoureux des bancs publics). Di questa Parigi notturna Brassens adorava la goliardia, la sfrenata gioia di vivere, la spudorata sensualità ma anche il suo cupo pessimismo.

Amante dei gatti, delle donne e della sua inseparabile pipa, Brassens fu il supremo interprete dell’utopia anarchica e di quell’anti-umanesimo sartriano che provava pietà solo per il mondo degli artisti, dei derelitti e dei sognatori, mentre scagliava impietose invettive contro la borghesia benpensante.

Figlio di un muratore francese anticlericale e di una casalinga cattolica di origini napoletane, trascorse la sua infanzia a Sète, in Provenza, dove nacque il 22 ottobre del 1921. Trascorse l’infanzia tra arie partenopee e melodie francesi, pizzicando i suoi primi accordi su un mandolino. A Parigi arrivò negli anni Trenta, e ne fu rapito. E così la Francia tutta, dal Meridione fino alla capitale (dai pescatori di Sète alle ballerine del Moulin Rouge) si riconobbe nel Piccolo mondo di Georges Brassens (come lo definì Laurent Madiot in una sua fortunata commedia musicale). E, similmente, la Francia tutta risuonò nei versi di Brassens: la Francia dell'invasione nazista e quella della Resistenza, la Francia delle barricate e quella delle proteste sociali, la Francia dell'eleganza e della finesse di cui Brassens fu critico raffinato, quella del cabaret e del café chantant, la Francia della chanson e quella della poesia.

Mattia Cavadini
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