(© Foto Donatella Pollini)

Gianni Berengo Gardin

I novant’anni di un irriducibile maestro della fotografia

Macchina fotografica perennemente al collo, sguardo vigile e fare meticoloso: da oltre sessant’anni Gianni Berengo Gardin fa della fotografia la sua passione primaria e la sua professione, e per questo si ritiene un uomo fortunato. Oggi, giunto alla veneranda età di novant’anni, i chilometri da macinare e gli incarichi in giro per l’Italia e per il mondo si sono ridotti, suo malgrado, ma si dedica con entusiasmo a “scoprire nuovi inediti, a progettare nuove mostre e a immaginare nuovi libri”. Lui, che di libri fotografici ne ha realizzati oltre 250 nell’arco della sua lunga carriera. Un numero altissimo, ma a ben vedere non così elevato se confrontato con i circa due milioni di scatti, rigorosamente su pellicola e in bianco e nero, conservati nel suo archivio. Un’autentica miniera colma di attimi, volti, gesti, luoghi, catturati con rigore e sensibilità.

E a proposito di libri, quale modo migliore per celebrare il proprio novantesimo compleanno se non con la pubblicazione di un volume autobiografico? Narrato in prima persona e raccolto dalla figlia Susanna Berengo Gardin, In parole povere. Un’autobiografia con immagini, appena pubblicato da Contrasto, è il racconto coinvolgente e sincero di un uomo che ha dedicato la sua intera esistenza alla fotografia, e che tutt’oggi, quando esce di casa, non può fare a meno di portare con sé la sua inseparabile Leica. “Continuo a rimanere un uomo che da anni cerca di scrivere con la macchina fotografica, il vero strumento con cui esprimermi e che provo a usare esattamente come uno scrittore usa la sua penna. Per continuare a raccontare il mondo che ho davanti agli occhi e nella mia testa” rivela Berengo Gardin nel finale della sua appassionante narrazione, venata un po’ di umorismo e un po’ di nostalgia, e traboccante di ricordi, incontri, amicizie, viaggi e, naturalmente, immagini.

 

Tutto ha inizio in un elegante albergo sul mare, l’Hotel Imperiale di Santa Margherita Ligure, dove Gianni Berengo Gardin nasce il 10 ottobre 1930, da madre svizzera e padre veneziano. È proprio la madre a dirigere il lussuoso hotel, ereditato dopo la morte del primo marito. Il piccolo Berengo Gardin trascorre così la sua prima infanzia in un ambiente sfarzoso e mondano. Ceduto l’hotel a causa di problemi finanziari, la famiglia si trasferisce a Roma, dove, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, Berengo Gardin vive in prima persona i disagi, le imposizioni e il clima di tensione della dittatura fascista: la prigionia in India del padre partito volontario per l’Africa, la fame, i bombardamenti… 

“Da ragazzo avevo un carattere testardo ma anche orgoglioso e strafottente […]. Ho sempre rifiutato ogni forma di violenza e imposizione” dichiara il fotoreporter rievocando gli avvenimenti di quegli anni. E tra i ricordi c’è anche quello legato al primo incontro con una macchina fotografica. Occupata Roma, i tedeschi ordinano alla popolazione di portare in questura armi e apparecchi fotografici. In casa, Berengo Gardin trova una vecchia macchina a soffietto appartenente a sua madre e, invece di consegnarla, decide di andare in giro per la città a fare i suoi primi scatti. “Era ancora presto ma forse già intuivo il valore di documento e di testimonianza visiva che una fotografia poteva avere”.

Ma è tra le calli e i campielli di Venezia, dove Gianni Berengo Gardin si trasferisce con la famiglia nel ’47, che avviene la vera iniziazione alla fotografia. Nei primi anni Cinquanta, entra in contatto con il circolo fotografico La Gondola e stringe amicizia, tra gli altri, con Paolo Monti e Bepi Bruno. Tra avventurosi viaggi in giardinetta verso il Sud Italia, spedizioni a Lugano per acquistare attrezzature fotografiche a minor prezzo, animate riunioni e illuminanti incontri, da semplice fotoamatore Gianni Berengo Gardin capisce di voler diventare fotografo professionista. Fondamentale in questa fase è il soggiorno a Parigi, dove al mattino lavora in un albergo e al pomeriggio percorre la città in lungo e in largo munito di macchina fotografica. Qui si confronta con la grande fotografia umanistica francese, conosce Robert Doisneau e Brassaï, instaura una solida amicizia con Willy Ronis e va spesso al cinema con Jean-Paul Sartre.

Importanti per la formazione di Gianni Berengo Gardin sono anche i libri e le riviste che, una volta tornato a Venezia, riceve dall’America, grazie a un parente che è consigliere dell’International Center of Photography di New York e amico di Cornell Capa. Così, in anteprima, può posare il suo sguardo sulla grande fotografia americana, scoprire autori di rilievo come Robert Capa, Edward Weston, Ansel Adams, Paul Strand, Dorothea Lange ed Eugene Smith, e da questi apprendere.

Nel 1954, ecco uno dei primi incarichi professionali: la collaborazione con l’innovativo settimanale Il Mondo diretto da Mario Pannunzio. Le occasioni propizie crescono dopo il trasferimento a Milano nei primi anni Sessanta e, nel 1965, arriva anche il primo libro fotografico: Venise des Saisons, con testi di Mario Soldati e Giorgio Bassani. Berengo Gardin vi mostra una Venezia diversa dalle solite vedute da cartolina, una città nebbiosa, malinconica, silente. 

“Il mio lavoro ha un leitmotiv che lo percorre, dall’inizio alla fine: il reportage. Per me fotografare vuol dire soprattutto realizzare reportage sociali e usare la macchina fotografica per indagare, conoscere, entrare nella vita delle persone, comprenderne i rapporti, gli equilibri sociali, lavorativi, di classe, addirittura”. Questo è ciò che Gianni Berengo Gardin cerca di perseguire fin dall’inizio, sia nei suoi lavori autonomi sia in quelli commissionati, come nel caso della ventennale collaborazione con il Touring Club Italiano, per il quale realizza un’ampia serie di volumi sulle regioni italiane e sui Paesi europei, immortalando tradizioni, vite, paesaggi, usanze. “L’esperienza con il Touring è stata fondamentale: ho potuto conoscere e fotografare buona parte del Paese prima che fosse deturpato dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione selvaggia, e ritrarre consuetudini e modi di vivere tradizionali prima che sparissero per sempre. Andando in giro da Nord a Sud ho conosciuto l’Italia contadina e la sua cultura secolare, trascurata e ormai perduta, che ammiro profondamente”.

Seguono negli anni i lavori per l’industria, per aziende prestigiose come Olivetti, Fiat, IBM, sempre in chiave di reportage, ponendo al centro dell’attenzione l’uomo e la sua operosità, ma anche significativi progetti personali, come l’intenso e durissimo reportage Morire di classe (1969), sugli istituti psichiatrici italiani, lavoro che diventerà poi un libro edito da Einaudi e che contribuirà ad aprire la strada verso la legge Basaglia; o come Luzzara vent’anni dopo (1976), progetto realizzato con Cesare Zavattini, sulle orme del mitico libro Un paese del fotografo americano Paul Strand ma con un approccio completamente diverso, più “sociale”; o ancora, come La disperata allegria. Vivere da Zingari a Firenze (1994), reportage che sfida i pregiudizi e i biechi stereotipi sul popolo Rom; fino ad arrivare al più recente lavoro sulle Grandi Navi a Venezia (2014), amara denuncia contro gli enormi mostri galleggianti che minacciano il fragile equilibrio della città lagunare.

 

Paladino dell’analogico e di una fotografia onesta, istintiva, priva di forzature o ritocchi (“vera fotografia” dichiara il timbro verde che applica da qualche tempo dietro alle sue stampe), Gianni Berengo Gardin ha visto la realtà, la società, il paesaggio mutare davanti ai suoi occhi e ne ha colto a mano a mano i cambiamenti. Lo ha fatto con grande acume visivo, concretezza e consapevolezza di essere “testimone del proprio tempo”, con metodo quasi artigianale (“Per me il lavoro del fotografo è sempre stato un mestiere da artigiano, che si fa, oltre che con gli occhi e la testa, con le mani”) e con uno spirito partecipe, attento, volto all’approfondimento e alla volontà di raccontare il mondo attraverso “buone” fotografie. Buone anziché belle, proprio come un giorno gli spiegò l’amico Ugo Mulas, perché “le belle fotografie, ben composte, esemplari dal punto di vista estetico, a volte non dicono nulla. Una buona fotografia, invece, ha un contenuto, può raccontare qualcosa, anche se esteticamente non è perfetta”.

Oggi, l’immenso archivio di questo straordinario maestro della fotografia italiana è come un grande racconto in cui ciascuno di noi può ritrovare un po’ della propria storia, dei propri ricordi, delle proprie radici.

Francesca Cogoni
Condividi

Correlati