Gli Arabi, questi sconosciuti

La letteratura araba al bivio

Per ragioni di scarso rilievo, seguo ormai di rado quanto si sta pubblicando sul fronte della narrativa araba. Dal mio avamposto cairota osservo nondimeno che i romanzi a cui maggiormente si tende a tributare interesse in Occidente sono quelli a carattere sociale o politico, quasi a voler individuare nel romanzo arabo soprattutto un valore testimoniale. Laddove la rilevanza estetica o filosofica, diciamo pure la dimensione euristica, non incontrerebbe se non l’interesse di qualche cultore.

Detto in altri termini, alla domanda cruciale sul perché leggere gli scrittori arabi contemporanei si direbbe che il pubblico occidentale prediliga rispondere più in termini giornalistici, cioè di comune informazione, che letterari.

Se fino a qualche anno o decennio fa era ritenuto imprescindibile conoscere autori come Ben Jelloun o Barakat, Mahfuz o Al-Kouni, Selim o Nasrallah – e di farlo eminentemente in virtù della loro rilevanza di scrittori in sé, spesso equiparabili ai maggiori della produzione mondiale – e se la celebrazione di grandi poeti come Adonis o Darwish rientrava in un ovvio bisogno di arricchire il proprio patrimonio letterario in sé, oggi si tende a riconoscere tanto maggior pregio in un autore arabo quanto maggiormente illustra, poco importa se con o senza ingegno letterario, determinati aspetti della realtà sociale di uno specifico contesto geografico.

Allora ecco che imperversano romanzi di denuncia, a vocazione sociologica, di matrice religiosa e via di questo passo. Tanto da lasciar pensare che il romanzo arabo sia più o meno la forma meno impegnativa per poter accostare tematiche quali il velo, la dissidenza politica in Medioriente, l’omosessualità in contesti di omofobia e maschilismo, la condizione femminile in genere, il rapporto tra cultura giovanile e tradizioni e via elencando.

Fatta salva qualche notevole eccezione, la norma sembrerebbe così sollecitare alla lettura degli autori arabi delle ultime generazioni soprattutto perché portatori di informazioni e non di una specifica o universale Weltanshauung, come generalmente dovrebbe essere per la letteratura.

Questa «giornalisticizzazione» del nostro sguardo sul mondo arabo è naturalmente effetto dei tempi, (in cui imperversa una crescente subordinazione al Verbo mediatico). A cui maggiormente importa la comunicazione, foss’anche a coriandoli o a slogan, di quanto non importi l’arte, l’estetica o la poesia.

Ma è anche la conseguenza di un certo allineamento della stessa letteratura araba ai gusti del mercato e delle masse che lo alimentano. Oltre ad autori del tutto trascurabili, che si cimentano in thriller e gialli di dubbia consistenza, ecco in effetti un proliferare di autori a cui maggiormente preme rivelare l’ovvio che sottoporlo a una qualsiasi problematizzazione, magari in vista di quell’accesso al mercato a cui l’Occidente dei best-seller sempre più ammicca in funzione commerciale e di intrattenimento.

Deliberatamente – non fosse che per rispetto verso i pochi ma tenaci traduttori italiani che ci aggiornano da anni sulla produzione araba contemporanea – non farò i nomi dei molti scrittori camuffati da giornalisti o viceversa di cui si gonfiano le librerie nostrane. Ma un romanziere celebratissimo mi sembra di poter proporre come exemplum di questo trapasso da una fruizione estetica e filosofica a una fruizione edificante e confermativa della letteratura: il famoso autore di Palazzo Yacoubian Alaa Al-Aswani, che in un certo senso rappresenta la punta di diamante di quanto si è qui indicato come edificante e confermativo.

In Al-Aswani ogni tema è per così dire, a detta di chi scrive, scontato: il cattivo terrorista, la ragazza abusata, l’omosessuale perseguitato, la povertà irrimediabile, la corruzione senza requie e via discorrendo. Tanto che forse una data simbolicamente fondativa o bivio del trapasso dalla letteratura araba più responsabile alla sua versione divulgativa e giornalistica è proprio quel romanzo, che non a caso è svettato al vertice delle classifiche di mezzo mondo. Senza del mondo arabo, a ben vedere, averci però insegnato nulla se non ciò che sostanzialmente sapevamo già.

Marco Alloni
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