(Keystone )

Guerra e pandemia

Le difficoltà di parlare

Prima la pandemia, poi la guerra, ci hanno ammutoliti, mettendoci di fronte a eventi imprevedibili, difficilmente addomesticabili dentro logiche consuete.

La loro dinamica terribile, autopartoriente, che nasce in un modo per poi procedere in tutt'altro, secondo una spirale che sfugge ai parametri lineari, registrando balzi inaspettati, ci ha posti di fronte al dilemma del dire o del tacere, alimentando un senso di impotenza.

Manifestare l’impotenza non significa negare le responsabilità criminali, le ragioni storiche e geopolitiche dell'una (la guerra), né significa offuscare le ragioni ambientali, biologiche e organiche dell'altra (il virus), ma si mira ad evidenziare come, al di là dell'origine, i due eventi abbiano di volta in volta assunto aspetti imprevedibili che ci hanno posti di fronte all'afasia.

Afasia che si discosta in modo radicale dalla volontà di affermare, discriminare e litigare che anima il dibattito pubblico, in modo divisivo e belligerante. Del resto, afasia e tracotanza sono le due facce di una medesima incomprensione: da un lato la si subisce, dall'altro la si rigetta, trincerandosi dentro visioni e convinzioni ideologiche. 

La guerra in Ucraina e la pandemia hanno reso manifesta la china su cui muove il pianeta, accelerando sempre più verso il baratro, e hanno reso manifesta la responsabilità di noi tutti. Sullo sfondo emergono poi altri problemi, su tutti la distribuzione delle risorse e delle ricchezze, l'insufficienza energetica e alimentare, la crisi di un sistema di vita che porta a disequilibri esplosivi.

Di fronte a questo quadro, se si decide di parlare, occorre farlo assumendo il punto di vista della complessità. Schierarsi aprioristicamente da una parte o dall'altra, non giova alla svolta che ci viene richiesta. Le opinioni che vengono formulate devono nascere dentro un quadro che contempli il punto di vista dell'altro (integrando ciò che non si era considerato, soprattutto laddove se ne individuino i lati positivi, rigettandone invece le derive ed i crimini). Svolgere questo lavoro di sintesi significa rendersi conto che la realtà è complessa e multiforme, frutto di elementi che hanno origini lontane e diverse, e rispondono a molteplici impulsi.

E poi, forse, servirebbe anche riconsiderare il valore del dubbio. Le formulazioni ideologiche e aprioristiche sembrano infatti non aderire più ad una realtà che ci si è sgretolata fra le manii. Analizzare le situazioni, evidenziandone tutte le implicazioni, è un fatto doveroso, non tanto per legittimare le nefandezze del presente, ma per acclararne la scaturigine e le devianze.

Un esempio: la guerra in Ucraina: terra di incontro fra Est e Ovest, attraversata dal fiume Dnipr che solca il territorio ucraino longitudinalmente, dal Baltico fino al Mar Nero, essa custodisce tracce greche e normanne. Questa geografia irradiante, porta in sé una conflittualità che la storia ha manifestato a più riprese.

Kiev, nella sua origine, è un addentellato di Bisanzio. L’origine bizantina di Kiev ne fa una matrice imprescindibile per la Russia. Conoscere la storia e i legami che legano culturalmente Kiev a Mosca, non significa giustificare lo scempio dell’aggressione, ma averne una visione più complessa. Visione che allo stesso tempo non deve negligere la svolta democratica del 2014, data in cui l’Ucraina si è staccata dalla matrice russa e ha scelto di orientarsi verso l’Europa. Il richiamo della democrazia e del capitalismo (foriero di prosperità) hanno influenzato in modo perentorio questa scelta. Il soft power dell’Occidente ha permesso di cancellare il trauma di anni vissuti sotto regimi dittatoriali, ma non ha potuto cancellare, soprattutto nelle regioni russofone, nel sud-est della nazione (ora martoriato dall'attacco russo), un senso di appartenenza culturale.

Mattia Cavadini
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