I turbamenti del giovane Musil

Il romanzo d’esordio come libro dell’inquietudine

La grandezza di uno scrittore si ritrova spesso tra le righe delle sue pagine d’esordio. A volte mitigata, a volte palese, ma finemente disegnata in nuce come un virgulto destinato a sbocciare, è una sorta di dono celeste. Alcuni casi esemplari rivelano come nelle opere d’esordio, non solo sia custodito quel seme miracoloso che darà vita al seguito della produzione, ma addirittura qualcosa che potremmo chiamare quintessenziale: al punto che alcuni romanzi d’esordio sono già capolavori e alcuni capolavori sono romanzi d’esordio.

Qualche critico ha affermato che “uno scrittore riscrive sempre la stessa opera”, rilevando così che i romanzi d’esordio potrebbero essere delle quintessenze di cui poi l’opera nella sua integrità si nutrità. Qualcuno ha persino rimproverato a Moravia di non aver fatto altro, lungo una decennale carriera, che riscrivere Gli indifferenti. Qualcuno sostiene che se Rimbaud avesse continuato a produrre poesia, non avrebbe realizzato che brutte copie dei suoi capolavori giovanili. I più spregiudicati arrivano a dire che la maturità di uno scrittore sia un effetto ottico.

Sia come sia, ciascuna di queste posizioni contiene un nocciolo di verità: se non altro perché è difficile immaginare che un genio cominci ad esserlo a partire da un certo momento della propria vita. Un genio è tale anche agli albori della sua produzione, quando lo spirito pulsa di ossessioni pur laddove la penna non è ancora del tutto in grado di prestarvi voce.

Un caso esemplare tra i capolavoro d’esordio – se ne potrebbero evidentemente citare molti – è il romanzo I tormenti del giovane Törless di Robert Musil (6 novembre 1880 - 15 aprile 1942), un libro non solo magnifico e denso di scandagli e affondi nelle pieghe più recondite dell’animo, ma che attesta una maturità di sguardo e un patimento filosofico che hanno del prodigioso. Musil ha saputo condensare in quel libro tutto quello che, in un certo senso, ha poi in parte “disperso” nella sua opera maggiore: L’uomo senza qualità. Conservando nella narrazione quella compattezza ed essenzialità, ma soprattutto quel mistero, che una scrittura meno ellittica forse rischia di compromettere.

La lingua medesima sembra, nei Tormenti del giovane Törless, forgiata del materiale dello spirito e dell’anima. Una lingua talmente esposta all’ambiguità, alle mutazioni del pensiero, alle sfumature di senso e di sentimento da sembrare una sorta di precipitato poetico della psiche.

Törless è d’altronde l’incarnazione perfetta del giovane nella sua fase di conoscenza irrisolta e in divenire di se stesso. E nella sua avventura di studente presso l’istituto dove i genitori lo mandano a compiere la propria iniziazione al sapere, e alla vita, testimonia con perplessità atroci e angosciose introspezioni come nulla possa dirsi più friabile della nostra coscienza e del nostro rapporto con il mondo.

Nel romanzo di Musil ogni piano è dunque un doppio o un triplo piano, ogni azione palese è anche un’azione ineffabile, occulta e misteriosa. Si potrebbe dire che persino ogni rapporto umano, sia o meno improntato al cameratismo, non è che ricerca senza fondo di un principio di verità che incessantemente sfugge. Così i caratteri disvelano le proprie sottese mostruosità, le apparenze si convertono in enigmi, la facilità di intendimento si trasforma in oscuri e laceranti interrogativi.

“Non posso immaginare” si inquieta Törless, pensando a un suo compagno “che nel meraviglioso meccanismo dell’universo un individuo come lui significhi qualcosa. Mi sembra uno che è stato creato per caso, fuori dall’ordine delle cose”. In pochissime righe riconosciamo la cifra di una vocazione allo scandaglio estremo, quasi che fin da giovanissimo Musil avesse voluto dirci, con sorprendente precocità, che l’animo umano è la cosa più evidente e inesplicabile che esiste.

Laddove una formula sbrigativa usa definire tale approccio Bildungsroman, ovvero “romanzo di formazione”, forse sarebbe dunque più consono chiarmarlo “romanzo di deformazione. Poiché laddove tutto assume sempre più chiarezza, tale chiarezza finisce per essere dominata da coltri di buio quasi invalicabili.

Marco Alloni  
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