Jimi Hendrix

Il fuoco della fantasia

Inginocchiato sul palco del Monterey Pop Festival, incita le fiamme che si sprigionano dalla Fender Stratocaster che giace a terra di fronte a lui. Ha un’espressione rapita sul volto e le mani alzate in un gesto ieratico mentre il fuoco gli danza davanti. Uno sciamano in pantaloni di velluto rosso e sciarpa attorno alla fronte, perso nella contemplazione degli elementi. È il 1967 e quella foto scattata dal diciassettenne Ed Careff finirà nella storia. Un’icona che cattura l’essenza di un’icona. Immortalato in quell’immagine, Jimi Hendrix ha 24 anni. Non lo sa, e forse neanche gli importerebbe saperlo, ma anche lui brucerà come la sua chitarra, in fretta. Morirà il 18 settembre del 1970.

A cinquant’anni dalla scomparsa, nella vulgata è ancora lui il più celebre chitarrista elettrico di tutti i tempi. Non è questione di classifiche, di sterili gare a chi è più bravo o a chi è più grande. La faccenda riguarda l’impatto sulla cultura popolare. Qui contano parecchio emozioni e impressioni, i momenti dall’enorme carica simbolica che hanno spinto di prepotenza Hendrix nel mito. Monterey, ad esempio, o l’inno nazionale americano, distorto, rumoristico, suonato a Woodstock in piena guerra del Vietnam. Conta il contesto. È la fine degli anni Sessanta, gli anni della controcultura, della contestazione, dell’amore libero, di droghe che spalancano le porte della percezione, di un sogno di libertà che di lì a poco avrebbe cominciato a sbiadire. E conta la musica, concetto tanto ovvio che talvolta rischia di passare in secondo piano quando si parla di Hendrix, adombrato da istrioniche esibizioni con la chitarra suonata con i denti o dietro la schiena, momenti che hanno sì giocato un ruolo essenziale nel creare la sua immagine leggendaria, ma che sono lontani dall’esaurirne la grandezza.

Hendrix è uno dei figli prediletti dei suoi tempi, più che mai fertili ed emozionanti dal punto di vista musicale. Beatles e Rolling Stones hanno aperto la strada e nella loro Inghilterra un gruppo di giovani bianchi ha riscoperto il blues afroamericano, dandogli nuova vita. L’astro di Clapton brillerà. Gli Who distruggeranno gli strumenti sul palco. In America i Doors e Janis Joplin, i Jefferson Airplane e un’infinita schiera di gruppi e artisti lasceranno segni profondi. Fiumi di parole hanno illustrato quel periodo nei suoi mille rivoli, nelle contaminazioni fra musica bianca e nera iniziate già con il rock’n’roll degli anni Cinquanta. Ci sono il rock, il blues, la fiamma del soul, il funk… Tutto si lega, tutto si influenza. E in questo ribollente clima ecco Jimi Hendrix, innovatore, autentico rivoluzionario delle sei corde. Un vortice colorato la sua musica, un maelstrom caleidoscopico di note, effetti, suoni, rumori e distorsioni, dove la fantasia è realmente al potere.

A pensarci sembra un racconto di fantasia anche la sua storia personale, l’improbabile favola di un ragazzino afroamericano che nelle vene ha anche sangue cherokee, cresciuto povero e allo sbando in un quartiere popolare di Seattle. Non c’è infatti nulla che possa predire la futura grandezza del piccolo Buster, il soprannome con cui tutti lo chiamano da bambino. Ad accompagnarlo per tutta l’infanzia e l’adolescenza, lasciando segni duraturi, sono le crisi fra i genitori, Al e Lucille, che si prendono si lasciano si riprendono, bevono, si accusano a vicenda o di tradimenti o di non fare abbastanza per i figli che continuano a mettere al mondo. Alla fine si separano. Lui, il piccolo Jimi che quando nasce il 27 novembre 1942 viene registrato dapprima come Johnny Allen e al ritorno del padre dalla guerra diventa James Marshall, cresce randagio e spesso affidato alle cure di amici e parenti della famiglia, come la mitica zia Dorothy. È un ragazzino sveglio però, intelligente, benché timido e riservato, incline a fantasticare già da allora, tratti che conserverà anche da adulto.

“Era un ragazzo gentile, tranquillo ed educato, anche se sul palco era un selvaggio”, raccontava Noel Redding, il bassista della sua prima storica band, in un’intervista pubblicata dal Corriere del Ticino per il trentesimo della scomparsa di Hendrix. “Gli piaceva leggere, soprattutto libri di fantascienza. Il suo comportamento in palcoscenico serviva ad attirare l’attenzione. Aveva imparato a comportarsi così dalla gente con cui aveva suonato prima, come Little Richard”.

Come in ogni favola che si rispetti infatti, a un certo punto dal nulla come per magia compare qualcosa nella vita di Jimi, la musica. Amore, passione o destino. Vai a sapere. Di sicuro una valvola di sfogo e una via di uscita dalla misera realtà in cui vive. Da piccolino deve accontentarsi di una scopa, con cui mima lo strumento che già comincia a prendere le connotazioni di un oggetto feticcio. Se la porta sempre dietro. Riuscito dopo anni a mettere le mani su una vera chitarra (la suona rovesciata perché  è mancino) non se ne separerà più. La ha con sé durante il periodo passato come paracadutista nella 101. divisione aviotrasportata. E se la tiene ben stretta anche dopo essere stato congedato dall’esercito la cui disciplina e le cui regole non fanno per lui. Con quella chitarra si guadagnerà da vivere subito dopo, nei locali del Chitlin’ Circuit dove tutti i più grandi artisti afroamericani hanno fatto la loro gavetta. Isley Brothers, Solomon Burke o appunto Little Richard sono solo alcuni dei nomi a cui il giovane e brillante chitarrista presta il suo talento. Ma è solo quando nel suo girovagare per gli Stati Uniti arriva a New York che comincia davvero tutto quanto.  Una sua esibizione al Cheetah Club viene notata da Linda Keith, l’allora ragazza di Keith Richards degli Stones, e Jimi viene introdotto nel giro che conta. Incontra Chas Chandler degli Animals che diventerà il suo produttore. Lui lo porta a Londra e il resto è storia.

Quello che riesce a fare Hendrix con soli quattro album è sconvolgente. Già il debutto del 1967 con Are you Experienced è dirompente. Con lui oltre a Redding c’è il batterista Mitch Mitchell. Le radici sono blues, perché tutto quanto parte sempre da lì, il risultato è un rock mai sentito prima. Lo stile è unico, visionario e incandescente, una vera esperienza come sottolinea il nome della band, The Jimi Hendrix Experience. Una volta sentite, Purple Haze, Foxy Lady o Hey Joe (che non è neppure sua: viene attribuita a Billy Roberts ma le origini sono piuttosto oscure), la visionaria Third Stone from The Sun o la psichedelica title track, non si dimenticano più. E neppure quella voce profonda e morbida, perché Hendrix con tutta la sua dimensione sperimentale ha sempre scritto canzoni. Non è un fuoco di paglia, ma un incendio che si propaga a dismisura nei lavori successivi. Axis: Bold as Love, registrato sempre nel 1967, si spinge ancora più in là. C’è una ballad come Little Wing, che sembra creata per durare nei secoli talmente è bella. Avrà una profonda influenza su futuri discepoli come Stevie Ray Vaughan.  È anche l’album che segna il momento in cui Hendrix scopre davvero il pedale wah-wah, un altro ingrediente che da allora caratterizzerà il suo stile, e grazie all’aiuto del geniale fonico Eddie Kramer si immerge sempre di più profondamente in quel gioco di suoni ed effetti che lo accompagnerà sempre. Ancora più sperimentale è il doppio album Electric Ladyland (1968), che è anche un grande successo commerciale. Là dentro c’è Voodoo Child (Slight Return), uno dei brani simbolo di Hendrix con quell’intro di wah-wah dove la chitarra canta con una voce tutta sua prima di esplodere sulfurea, c’è la funkeggiante Crosstown Traffic… È però anche il lavoro che segnerà di fatto la fine degli Experience, con la separazione da Noel Redding. Lo sostituirà un vecchio amico di Jimi, Billy Cox che insieme al batterista Buddy Miles formerà il gruppo con cui verrà realizzato l’ultimo album di Jimi, Band of Gypsys, frutto di registrazioni live tenutesi fra la fine del 1969 e l’inizio del 1970.

Sembra incredibile che tutto sia durato solo una manciata di anni, fra l’arrivo a Londra nel 1966 e la morte nel 1970. Ma in quegli anni frenetici tutti i tasselli del mito Hendrix trovano collocazione. Ci sarà la consacrazione americana al californiano Monterey Pop Festival, dove viene inserito su insistenza di Paul McCartney. Più in là verrà il momento dell’epocale Woodstock. Ci saranno le droghe certo, di cui Hendrix però fa un uso minore di quanto le lisergiche atmosfere dei suoi brani lascino credere. Ci saranno tutte le sue compagne, stregate da un fascino che lo ha sempre accompagnato.  Sarà proprio la sua ragazza dell’epoca, Monika Dannemann, a trovarlo privo di sensi al Samarkand Hotel di Londra e a chiamare i paramedici, la mattina di quel 18 settembre. Asfissia dovuta al vomito, causato da un’eccessiva dose di alcol e barbiturici. Questo il verdetto ufficiale su quella morte che ha generato infinite illazioni. Di certo sarebbe stata l’inizio di una serie nera. Janis Joplin un paio di settimane dopo e Jim Morrison nel giro di qualche mese lo avrebbero raggiunto. Altri personaggi emblematici di quegli anni Sessanta che se ne andavano, mentre sullo spirito di quell’era gli incidenti al concerto dei Rolling Stones ad Altamont avevano già cominciato ad inchiodare simbolicamente il coperchio della bara .

I decenni successivi alla morte di Jimi Hendrix sono stati costellati dalle cause intentate dal padre Al, scomparso nel 2002 dopo aver avuto successo in tribunale, per riprendersi i diritti sulla musica e l’immagine di Jimi. Cause che continuarono contrapponendo Jamie, la figliastra di Al, e Leon, fratello di Jimi. Già prima dell’inizio di questo marasma legale iniziarono a uscire registrazioni postume, come l’album Cry of Love (1970) al quale Jimi stava lavorando prima di morire. Saranno pubblicate altre raccolte di inediti, come Valley of Neptune nel 2010. È da poco uscito Live in Maui, registrazione del concerto tenuto da Hendrix alle Hawaii nel 1970.

L’eredità di Jimi Hendrix però è tutt’altra cosa. Di guitar hero ce ne sono stati tanti, prima di lui e dopo di lui. Ogni generazione ha spinto i limiti dello strumento sempre più in là. Quello che sembra impossibile fare con una chitarra, lo è perché nessuno l’ha mai fatto prima. Nessuno poteva pensare a Hendrix prima di Hendrix, o a Eddie Van Halen prima di Van Halen e così via, all’infinito. Ma ogni volta che qualcuno di questi giganti compare all’orizzonte, finisce per lasciare agli altri un nuovo mondo da esplorare. Nulla nasce dal nulla è vero. Prima di ogni rivoluzione molti elementi sono sempre stati già seminati. Ma poi tocca a qualcuno dare fuoco polveri e sollevare la fiaccola più in alto, che tutti la vedano ardere. Hendrix lo ha fatto. E quel fuoco, iconico come le fiamme della sua chitarra sul palco del Monterey Pop Festival, continua a bruciare.

Fabrizio Coli
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