Klaus Mann

Quando il nulla è un destino

E’ molto difficile essere il figlio di un grande padre, soprattutto nella misura in cui, in quanto figlio, si incarnano e si portano alla luce tutte le tendenze che il padre ha tenuto programmaticamente nascoste, sublimandole e risolvendole nella compiutezza dell’espressione artistica. Ed è ancora più difficile se il padre è un vero e proprio monumento come Thomas Mann, che ha scritto alcune delle pagine fondamentali e imprescindibili del Novecento, ma è stato talora molto ingiusto, ai limiti del disumano, nei più stretti rapporti interpersonali.

Altro che “Amazing Family”, insomma. Le vicende interne alla famiglia letteraria per eccellenza della cultura tedesca, i Mann, sono piuttosto l’esatto capovolgimento delle celebri e terribili parole de “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij, dove si dice che il figlio, per esistere e sviluppare autonomamente la propria personalità, deve “uccidere” simbolicamente la figura del padre. Nel caso dei Mann, è stato il invece padre che, per sopravvivere e mantenere intatta la propria personalità, ha “ucciso” la parte oscura del proprio io che si annidava nei figli. Lo ha fatto con l’ultimogenito Michael, morto suicida nel 1977, per molti versi lo ha fatto anche con la primogenita Erika, che gli ha sacrificato l’ultima parte della propria vita, ma soprattutto lo ha fatto col secondogenito Klaus, il più dotato e sensibile.

Nato nel 1906 e morto suicida nel 1949, Klaus Mann, non meno della sorella Erika, era un cosiddetto “enfant gâté”, che in quanto figlio di tanto padre ebbe la possibilità di viaggiare per il mondo e frequentare la “high society” non solo intellettuale. Il periodo d’oro di Klaus ed Erika è fissato in due bei libri usciti tra la fine degli anni Venti e l’inizio del decennio successivo: “Viaggio intorno al mondo”, meraviglioso resoconto che stupisce ancora oggi per il suo tono tanto scanzonato e leggiadro quanto drammaticamente profetico, e il meno riuscito ma pur sempre notevole “Libro della Riviera”, che contiene simpatiche e divertite descrizioni della Costa Azzurra con tutto il suo variegato “demi-monde”. Ma questa apparente leggerezza del vivere era la semplice facciata di un malessere e una disperazione che il figlio dell’autore dei “Buddenbrook” ha sempre avvertito nel proprio animo, anche negli anni apparentemente felici e spensierati.

L’esilio e la guerra, e soprattutto l’immediato dopoguerra con le sue cocenti delusioni, hanno poi fatto il resto, al punto che si può dire che il suicidio è stato il logico approdo di un percorso iniziato tanto tempo prima. Le tappe maggiormente significative del percorso intellettuale e della personalissima discesa agli inferi di Klaus Mann sono i due grandi romanzi “Mephisto” (dal quale venne tratto un memorabile film con Klaus Maria Brandauer) e “Il vulcano”, senza ovviamente dimenticare la monumentale autobiografia intitolata “La svolta”.

Con la pubblicazione dei diari di babbo Thomas e di Klaus, e soprattutto dopo la messa in onda negli scorsi anni, sul primo canale della televisione tedesca, di un’interessante e ben riuscita “Docu-Fiction” dedicata alle vicende della famiglia, la memoria dei Mann sta finalmente tornando in primo piano e viene inquadrata all’interno di una nuova prospettiva. Prima o poi, c’è quindi da augurarsi che la figura di Klaus si svincoli dall’ipoteca paterna e che “La svolta” venga finalmente annoverata nel novero delle opere imprescindibili del Novecento, non solo per i contenuti, ma anche per l’intrinseca qualità di scrittura (Klaus scriveva benissimo, in un tedesco come si suol dire molto “gemeistert”, ricercato e sorvegliatissimo, ma insieme arioso e di squisita limpidezza). La riscoperta dovrà necessariamente riguardare anche opere minori o comunque meno note, in particolare lo straordinario Finestra con le sbarre, un lungo racconto pubblicato nel 1937. Lo si può trovare anche in edizione italiana nel catalogo delle edizioni Il Saggiatore, insieme a “La svolta”. Sono senza dubbio i due libri che contengono i tratti essenziali della verità umana e poetica di Klaus.

“La svolta”, pubblicato originariamente nel 1949 e poi, in una versione ampliata, alcuni anni dopo la morte dell’autore, è un’ autobiografia nel senso classico del termine, ma è anche un testo di grandissimo valore storico e documentario, che illustra con dolore e sofferenza, ma anche con estrema lucidità, cosa siano state la Germania guglielmina al tramonto, quella della Repubblica di Weimar e infine quella del nazismo, trasformata da Hitler e compari in un mostruoso mattatoio. Ma il sensibilissimo Klaus si era spinto anche oltre, prevedendo cosa sarebbe accaduto in seguito: la riduzione della vecchia Europa e la sua plurisecolare cultura a una trama di nazioni livellate, nel segno di un americanismo di seconda mano.

“Finestra con le sbarre” è invece un tipico esempio di autobiografia obliqua, con l’autore che parlando di un altro parla in realtà di sé stesso, confessandosi in maniera nemmeno troppo larvata. Klaus Mann racconta infatti gli ultimi giorni di vita di Re Ludwig II di Baviera, detronizzato, confinato in uno dei suoi castelli e rinchiuso in una stanza con le sbarre alle finestre. Ma in realtà racconta la propria vita, la prigione dell’esilio, il dramma di un’omosessualità costantemente vissuta come liberazione ma percepita come una colpa, e infine l’impossibilità di vivere l’autentica bellezza in un un’epoca volgare e mercantile («la ricerca della verità nell’impossibile, in un mondo senza innocenti»). Il suo Ludwig, in questo senso, è una vera e propria icona della decadenza, che ha avuto modo di rivivere nel celebre e monumentale film di Luchino Visconti con Helmut Berger e Romy Schneider.

«Il denaro e la scienza dominano il nostro miserabile secolo senza dio»: dice Ludwig alias Klaus in un passo particolarmente rivelatore. Il gesto estremo che Klaus Mann compirà una dozzina di anni dopo è già perfettamente delineato in questo racconto, in tutta la sua ineluttabilità e perfino in tutta la sua raggelante naturalezza, che ne “La svolta” si mostrerà solo apparentemente filtrata e composta. La sua vita è terminata a soli 43 anni nel 1949, ma la sua sorda disperazione, il suo male di vivere e il mondo di quegli anni, anche grazie a queste pagine, sono giunti intatti e vibranti fino a noi.

Mattia Mantovani
Condividi

Correlati