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L’affettivismo

La rivoluzione delle emozioni ovvero: una nuova era nella ricerca

“Gli uomini devono sapere che dal cervello e solo dal cervello derivano piacere, gioia, riso, scherzo, così come tristezza, pena, dolore e paure. Grazie al cervello noi possiamo pensare, vedere, sentire…”
(Ippocrate, V sec. A.C)

Gioia. Tristezza. Passione. Sorpresa. Disgusto. Amore. Rabbia. Paura.
Cosa sarebbe la nostra vita senza le emozioni? Ben poca cosa… anzi, molto probabilmente non potremmo sopravvivere. Le emozioni costituiscono infatti una delle realtà più pervasive e complesse della nostra esistenza: condizionano pensieri e azioni, guidano i nostri comportamenti, influenzano il modo in cui ragioniamo, così come tutti gli ambiti della nostra vita. E sono fondamentali nelle decisioni e nei giudizi morali.
Quindi non rappresentano soltanto un "sentire", ma anche un motore per agire (dal latino moveo), un ingrediente di piani di azione soggettivi per affrontare le diverse situazioni della vita. Ecco perché alcune delle emozioni primarie, come la rabbia, la collera, la paura, le condividiamo con molti animali, come dimostrano numerosi studi. Insomma, sono preziose alleate, ci precedono, ci accompagnano, ci seguono nelle diverse attività quotidiane, ci servono a comprendere meglio il senso del vivere.
Eppure per secoli sono state ritenute quasi solo un intralcio alla nostra mente, un disturbo da reprimere, o peggio ancora un handicap squisitamente femminile (le donne sarebbero infatti succubi delle emozioni, incapaci di pensiero alto, al contrario degli uomini, "campioni di razionalità"). E ci veniva insegnato che esprimere le emozioni non era una cosa da farsi, soprattutto se si era maschi, perché era indizio di debolezza e vulnerabilità.

 

Da qualche anno però le emozioni sono diventate oggetto di studio della ricerca scientifica, che ne mette in luce la complessità e l’importanza fondamentale per il nostro benessere e  per il buon funzionamento della nostra cognizione. Grazie anche e soprattutto alle neuroscienze (e alle nuove tecniche di indagine, come la risonanza magnetica funzionale, che ci permettono di indagare cosa succede nel nostro cervello), oggi sappiamo infatti che le emozioni dipendono dalla mente piuttosto che contrapporsi ad essa, o meglio nascono dall’incontro tra il corpo e la mente: in fondo è il cervello che ci dice che il batticuore e la sensazione di farfalle allo stomaco che proviamo davanti al nostro partner è "amore".
Oggi stiamo così scoprendo quanto proprio quei "turbamenti" costituiscono spesso le scintille che danno avvio a profondi processi cognitivi. Più che essere contrapposte, emotività e logica rappresentano quindi un connubio in cui ogni elemento completa e arricchisce l’altro. 

Le 5 emozioni principali nella mente di Riley Andersen, Inside Out (Pixar, 2015)
Le 5 emozioni principali nella mente di Riley Andersen, Inside Out (Pixar, 2015)

Certo, le emozioni sono state oggetto di studio fin dall'antichità: da Aristotele a Cartesio (Les passions de l’âme, 1649), a Charles Darwin, che con il suo L'espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872), aveva messo in luce come esse avessero una funzione evolutiva molto importante: si pensi al ruolo fondamentale della paura per la sopravvivenza di uomini e animali. E soprattutto a partire dal XX secolo, molti autori in filosofia, psicologia, biologia ma anche in informatica, economia, storia, sociologia e letteratura, cominciano a interessarsi alle emozioni, e si delineano due grandi correnti: il comportamentismo (Behaviourism) che si è interessato al comportamento degli individui senza spiegarne necessariamente l’origine. E negli anni '40-'50, il cognitivismo, grazie al quale si è cominciato a interessarsi ai processi psicologici e cerebrali che danno vita alle emozioni. Da quel momento si inizia a parlare di Rivoluzione delle emozioni.

 

Ma è solo a partire dagli anni ’90 e soprattutto 2000 che il tema si impone come un oggetto di studio della ricerca scientifica, ed emerge un nuovo dominio chiamato Scienze affettive, il quale raggruppa una nutrita serie di discipline che hanno come punto comune l’interesse per i processi affettivi e dunque le emozioni. Da allora si assiste a un aumento esponenziale delle pubblicazioni e degli investimenti nella ricerca sulle emozioni, tanto che nel 2005 – e proprio in Svizzera, a Ginevra – viene creato il primo grande Centro di ricerca al mondo dedicato allo studio interdisciplinare delle emozioni, il CISA, (Centre Interfacultaire des Sciences Affectives –dell’Université de Genève), dove lavorano centoventi ricercatori provenienti dalle discipline più disparate: dalla psicologia alle neuroscienze, dalla filosofia alla ricerca medica, dall’economia alle scienze sociali e politiche, all’etologia, al diritto, all'informatica e alla museologia. A riprova che non esiste ambito in cui le emozioni non giochino un ruolo importante e che non esiste comportamento o condotta che non abbia anche una sua valenza emotiva.

 

Nel 2021 la svolta: questa frenesia interdisciplinare sempre più integrata nella ricerca sulle emozioni e le scienze affettive porta a riconoscere questo nuovo approccio e metodo di ricerca come una nuova Era, quella dell'Affettivismo: è quanto hanno proposto, nel luglio dell'anno scorso una cinquantina tra i massimi esperti e ricercatori al mondo, tra cui Antonio Damasio e il Direttore del centro ginevrino, David Sander, in un articolo pubblicato sulla rivista Nature Human Behaviour (The rise of affectivism).

Grazie a questa evoluzione degli studi sulle scienze affettive, abbiamo assistito nel corso di questi ultimissimi anni allo sviluppo di molti progetti di ricerca anche e soprattutto in Svizzera, negli ambiti più disparati. Tra le ricerche svolte e/o in corso al CISA di Ginevra, quella sul ruolo delle emozioni nei processi cognitivi come la memoria, l’attenzione e i processi decisionali. Studi per i quali il direttore del centro ha ricevuto il premio Latsis nel 2013. O ancora, il ruolo delle emozioni nell’ambito scolastico e lavorativo. Sono molti gli studi che hanno dimostrato come l’intelligenza emotiva o le competenze emotive, hanno un impatto positivo non solo sull’apprendimento degli studenti ma anche sul benessere e la produttività dei lavoratori, soprattutto se queste competenze sono possedute dai manager.

Gestire le proprie emozioni per affrontare il futuro lavorativo

Gestire le proprie emozioni per affrontare il futuro lavorativo

Molti giovani nei quartieri più poveri di Bogotà, in Colombia, hanno poche possibilità di trovare un lavoro fisso. Come parte di un progetto di formazione professionale, imparano, tra le altre cose, a gestire le loro emozioni al fine di superare con successo i colloqui di lavoro.

 

Un fenomeno complesso insomma, quello delle emozioni, da tutti i punti di vista, anche da quello neurologico, ma che si può e si dovrebbe conoscere meglio, per riuscire a sviluppare quella che viene chiamata "l’intelligenza emotiva", (e a Ginevra di recente hanno messo a punto un test per misurarla) che oggi si invoca sempre più come uno strumento fondamentale al pari dell’intelligenza razionale, anche per affrontare le sfide del terzo millennio. Fondamentale dunque non solo per i singoli individui e il loro benessere, ma anche nelle dinamiche sociali e internazionali (geopolitiche). Non a caso tra i progetti di ricerca in corso al CISA di Ginevra, ve n’è uno, di un'attualità drammatica, dedicato al ruolo delle emozioni nella risoluzione dei conflitti, perché se è vero che le emozioni giocano un ruolo importante nell’insorgenza di un conflitto, è altrettanto vero che nella sua risoluzione non bisogna diffidare di esse, ma piuttosto cercare di utilizzare ciò che sappiamo sugli stati emotivi per trovare una soluzione.
Per il momento gli studi sono soprattutto di laboratorio, ma esistono anche ricerche condotte sul campo, dove si cerca di comprendere se il fatto di allenarsi a gestire le emozioni o di allenare la compassione e l’empatia possa facilitare la risoluzione dei conflitti.
E’ il caso del gruppo di Eran Halperin  dell’Università di Gerusalemme (Conflict Resolution from Theory to Practice: Israel as a Case Study) le cui ricerche sul campo suggeriscono che il riuscire a modificare le relazioni emotive degli individui permette loro di rivalutare le situazioni e li conduce a migliorare l’immagine della persona o del gruppo con cui sono coinvolti nel conflitto, dopo aver effettuato una valutazione cognitiva.

 

Se è vero che sembra essere in atto un cambiamento culturale che comincia a premiare lo sforzo che le persone fanno nell’imparare ad essere più preparati a gestire le proprie emozioni e quelle degli altri, è indubbio che manca ancora una educazione emotiva: le competenze che ognuno di noi ha, le ha acquisite in modo casuale, in base alle esperienze fatte, al tipo di genitori o alla famiglia in cui si è cresciuti, al gruppo dei pari ecc...
Educazione emotiva, che non è il "come devi sentirti" in una determinata situazione, ma "semplicemente" l’essere più consapevoli della propria emozione ed essere capace  di comunicarla e di gestirla. Perché come dice Lisa Feldman Barrett (autrice del volume How emotions are made): "noi siamo e possiamo essere gli architetti delle nostre emozioni e dunque delle nostre vite".

Clara Caverzasio
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