Giotto, Crocifissione, Basilica Assisi, 1308
Giotto, Crocifissione, Basilica Assisi, 1308

La Croce

Deus passus est

Campo di conflitto tra morte e vita, tra condanna e salvezza, tra silenzio del padre e grido del figlio, la Croce ha da sempre nutrito la mente e il cuore di cristiani e non cristiani. Del resto, che la verità si annidi nei paradossi, in quei luoghi in cui si dà l'incontro fra gli opposti, è cosa nota. E che la Croce rappresenti in sé la quintessenza dei paradossi non ha bisogno di spiegazioni. Luogo in cui il male si insinua nella vita, in cui l'amore vince sulla morte, in cui la follia è veicolo per la piena affermazione della santità, la Croce è anche graficamente il simbolo dell'incontro fra due dimensioni: l'orizzontalità e la verticalità.

I libri che hanno cercato di affrontare il mistero della Croce sono molti e molti sono i teologi, i filosofi, gli antropologi, i letterati che si sono confrontati con i suoi paradossi. Tanti approcci che hanno alimentato altrettante interpretazioni. C’è chi ha evidenziato il valore sacrificale, chi quello dell'ingiustizia sociale. C’è chi ha sottolineato l'aspetto salvifico, chi quello dolorifico eppure su un punto le recenti interpretazioni convergono: la Croce non è il luogo in cui un uomo eroicamente si fa Dio (assumendosi le colpe dei suoi simili) come credevano i primi cristiani (che ne enfatizzarono i contenuti martirologici), ma il luogo in cui Dio si fa uomo, sperimentando la sua finitezza, il suo dolore e la sua morte. Quindi nella Croce non c'è un movimento ascendente dall'uomo a Dio, ma discendente da Dio all'uomo.

La croce è il luogo in cui Dio si mette in gioco, si dona interamente agli uomini al prezzo della passione, della sofferenza e della morte. In questo atto prevale, però, l’amore e non il dolore. Dio per amore dell'uomo, accetta di patire la morte, accetta che la morte entri in lui tramite il figlio per poi trasfigurarla. Dio dunque, nel movimento discendente della Croce, accetta la finitezza dell’uomo e chiede all'uomo di fare altrettanto, cioè di accoglierlo pienamente (come, del resto, insegnano gli episodi del buon samaritano e di Marta-Maria).

La Croce e l'episodio di Marta e Maria
La Croce e l'episodio di Marta e Maria Davide Bernini, teologo (Archivi RSI)
 

Il mistero della Croce, dunque, non è semplicemente un invito alla compassione come inizialmente era stato inteso. Immergersi nel dolore di Cristo per farsi compenetrare e impressionare. Il dolore, infatti, è solo il segno esteriore della Croce, il cui senso ultimo sta nell’amore di Dio per l'uomo. Di fronte alla prova di amore di Dio, non si deve provare dolore e compunzione, ma stupore e gioia. Così Dio ha amato il mondo, ha dato se stesso per me: sono, queste, le parole di stupore con cui Giovanni e Paolo salutano la Croce. Che da messaggio di amore si trasforma, ancora in Paolo, in messaggio di speranza: in tutte le cose, compresa la morte, noi possiamo essere più che vincitori.

La Croce porta però con sé altri significati. Quello dell’uomo giusto che viene condannato da un mondo ingiusto, quello del martire che muore facendosi carico ed esorcizzando le colpe di tutta la comunità. E poi la Croce racchiude in sé anche il mistero tremendo e incomprensibile dello sdoppiamento tra Gesù e il Padre. Sulla croce si compie infatti, per l'unica volta nella narrazione biblica, la "separazione dal padre". Qui, per l'unica volta, Gesù non dice padre ma Dio. Accade come se colui che aveva detto io e il padre siamo una cosa sola (conoscendone perfettamente i piani), venisse abbandonato e destinato alla sulla natura umana: carne che trema, ferita di sangue, morte incipiente. In questo abbandono, Gesù ricorda un altro uomo giusto abbandonato da Dio: Giobbe. E come Giobbe grida perché, mio Dio, mi hai abbandonato?.

Sulla Croce: Deus passus est
Sulla Croce: Deus passus est Davide Bernini, teologo (Archivi RSI)
 

Dio ha accettato, attraverso la Croce, di farsi uomo e di patire con lui la sofferenza della morte. Sulla croce Deus passus est, Dio ha patito, ha sofferto, ha conosciuto la morte tanto che molti teologi oggi arrivano a dire che attraverso l'esperienza della Croce in Dio c'è anche la morte. Gesù, morendo sulla Croce, ha portato la morte in Dio. Una morte costantemente vinta grazie alla dimensione divina, ma costantemente presente e costantemente trasfigurata. E i Vangeli che parlano di un Gesù risorto ma che porta nel suo corpo glorioso i segni della passione sono la riprova di questo duplice significato della Croce: in essa Dio si è fatto uomo fino in fondo, esperendo la sofferenza, il sangue e la morte della condizione umana e attraverso essa ha voluto dimostrare che questa dimensione è vinta tramite la resurrezione.

Mattia Cavadini
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