La brughiera di Luneburgo

A fine estate l'erica s'infiamma ed è il periodo migliore per visitarla

di Mattia Cavadini

La solitudine del Nord inizia qui. 5000 kmq di brughiera, attraversata solo dal vento e dalle nuvole. Vegetazione nana: erica, mirtilli, ginepri. Colori terrei, accesi solo nei giorni violacei della fioritura. E poi, svettanti, alcuni alberi solitari, isole di foreste, esigui querceti, che a fatica resistono allo sferzare dei venti. Una landa vasta, nella sua piattezza, in cui è difficile incontrare animali o persone. 25 abitanti per kmq: la densità della popolazione è tra le più basse del Vecchio Continente.

La landa di Luneburgo non appartiene alla civiltà, fatta di orari e tabelle. È un luogo denso di una violenza simbolica, in cui i soli protagonisti sono il vento e le nubi, le ragnatele d’acqua, le brume sospinte dall’aria.

Potrebbe, die Lüneburger Heide, non esistere che sarebbe lo stesso. Eppure, quando la si attraversa, è impossibile non accorgersi di come questo nulla sia stratificato. Perché la landa è un luogo antico, che desidera essere descritto e interpretato, da uomini pazienti e rari che, grati della sua inospitalità, decidono di percorrerla. A costoro la brughiera rivela una sua densa stratificazione, generando un’esperienza interiore.

Visione o realtà, la Landa, con i suoi isterici piovaschi e qualche raro slargo solare, nasconde una storia millenaria, destinata ad essere accolta da chi non si ferma alla sua apparente uniformità.

E allora, ecco che dentro questa realtà, in cui nulla si riscuote, affiorano elementi diversificati: dune, foreste, paduli, campi e prati, torrenti, fiumi e stagni, animali, case ricoperte di paglia, cortili di querce secolari. E con questi elementi affiora una storia lunga 10mila anni.

Durante l’ultimo periodo glaciale la landa era ricoperta da una spessa calotta, che distrusse ogni forma di vita, costringendo gli alberi della foresta verso sud. Quando la calotta si ritirò, la temperatura gradualmente aumentò ma il territorio rimase a lungo sotto l'influenza climatica del ghiaccio. Feroci venti occidentali la batterono. La sabbia, trasportata dai venti, s’agglutinò in esigue catene dunali, dando origine a un rilievo frastagliato e gibboso, che ancora oggi è calcato da rari pastori e viandanti.

All’età delle dune, fece seguito il periodo della tundra. Le piogge e il disgelo formarono laghi e stagni, e favorirono l’impianto di una vegetazione d’erba magra e ciuffa. La betulla nana e il salice polare attecchirono insieme ad altre piante caratteristiche. Nelle zone dunali si insediarono cacciatori di renne.

Poi venne l’era postglaciale con il ritorno delle foreste. Questo periodo non fu, però, omogeneo, bensì caratterizzato da quattro fasi climatiche: la fase Boreale, quella Atlantica, la Subboreale e la Subatlantica.

Il periodo boreale, che durò dall'8000 al 5500 a.C., fu caratterizzato da un clima secco e moderatamente caldo, favorevole allo sviluppo degli abeti e dei pini, cui lentamente si affiancò una sola latifoglia, il nocciolo. Il clima boreale divenne poi meno secco (prodromo di un’oceanicità che si sarebbe sviluppata più avanti), generando un bosco misto di querce, olmi e tigli. Durante questo periodo la torbiera acquitrinosa (che aveva caratterizzato sin qui la Heide) si interrò. In quest’epoca (Mesolitico) numerosi insediamenti sorsero nelle terre dunali, come testimoniano alcuni toponimi (Wilseder Berg, Winsen a.d. Luhe, Altencelle im Allertal).

Il paesaggio cambiò attorno al 5500 a.C. quando un clima caldo e umido, con forti precipitazioni, sostituì il clima boreale e provocò lo sviluppo di torbiere alte (torba da muschio o torba nera, che ancora oggi dislaga qua e là nel manto terreo della brughiera). In questo periodo il clima (noto come clima atlantico) raggiunse il suo optimum, con una temperatura annuale di diversi gradi superiore a quella attuale. I noccioli e gli alberi della foresta, amanti del caldo, si estesero verso Nord, e il bosco misto di querce si dispiegò sull’intera regione. Dal punto di vista storico-culturale, l'Atlantico coincise con la tarda età della pietra (Neolitico). A quel tempo la landa di Luneburgo dovette apparire come un paesaggio di campi aperti, che offriva buone possibilità di insediamento per l'uomo, il quale si stabilì convertendosi all'agricoltura. Numerosi ed enormi edifici sepolcrali offrono una testimonianza di questo antico popolamento.

Improvvisamente però lo sviluppo delle alte torbiere si arrestò. Gli acquitrini si asciugarono, originando uno strato sottile di argilla secca. Fu questo il prodotto di 1000 anni di siccità, anni che vennero raccolti sotto la definizione di periodo subboreale. Un periodo che ancora oggi riaffiora, nei giorni di torrido, allorché la brughiera si copre di scintillanti croste d’argilla perlacea.

Il clima, infine, cambiò di nuovo, tornando a farsi più umido e fresco. La brughiera accolse nuove specie botaniche, in particolare il faggio e il carpino, ambedue amanti del rezzo. Lo strato sottile di argilla lasciò nuovamente il posto a giovani acquitrini, che si estesero un po’ ovunque.  Gli alberi cedui si installarono diffusamente, con predominanza del faggio. Fu questo il periodo Subatlantico, che iniziò intorno al 500 a.C. Gli effetti di questo periodo climatico si estendono ancora oggi, favorendo la diversificazione e sollevando lo stupore di chi, paziente, l’attraversa.

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