Letteratura di famiglia

Il cerchio familiare come risposta alla globalizzazione

Dacia Maraini, nel corso della recente cerimonia del Premio Strega, ha fatto un’osservazione che mi ha molto colpito. Ha riconosciuto che nella cinquina finalista il tema della famiglia è dominante, rilevando come la questione non debba passare inosservata, perché «quando gli scrittori si occupano di famiglia vuol dire che la situazione è grave».

Nella produzione letteraria recente le scrittrici e gli scrittori tendono in effetti a portare spesso la famiglia – più in generale la dimensione privata della propria esistenza – al centro della scena. Non tanto e non soltanto come sfondo per i loro racconti – è quasi imprescindibile che un romanzo presenti, in forma almeno indiretta, l’esistenza di questa o quella famiglia – ma come tema.

Si tratta di un fenomeno che non è opportuno minimizzare. Se non altro perché interroga la nostra sensibilità di lettori su cosa stia accadendo nelle viscere della produzione letteraria, e perché in qualche modo ci costringe a riportare l’attenzione su un dato che la famiglia come tema (non come sfondo) evoca pur senza esaurire: quello della prospettiva di giudizio sulla realtà.

Molti critici hanno rilevato in questi anni che una delle connotazioni più tipiche della letteratura contemporanea, in particolare di quella italiana, sarebbe quella che un certo lessico indica con l’etichetta di «minimalismo», contrapponendola a quel «massimalismo» che fu delle grandi opere ottocentesche e primo-novecentesche. Si tratta di un’osservazione che ci riporta alla questione della famiglia, ovvero al cerchio della vita privata in cui essa dispiega le sue azioni. Ma si tratta soprattutto di una notazione che sollecita una domanda: Perché il mondo contemporaneo, il mondo delle grandi immigrazioni, della grande contaminazione, dei grandi fenomeni legati alla globalizzazione, sollecita la letteratura al «minimalismo»? Ovvero: Non è contraddittorio che proprio laddove il pianeta si presenta sempre più come una straordinaria famiglia allargata, la letteratura inclini a occuparsi di quel piccolo mondo che è la piccola famiglia individuale?

La contraddizione in effetti esiste, eppure esiste anche una spiegazione: che forse proprio laddove il cerchio della realtà sociale e culturale si allarga, proprio laddove il mondo si trasforma da orizzonte incognito a villaggio globale mediatizzato, da mistero dell’alterità a universo compartecipato, l’essere umano – e quindi lo scrittore – avverte l’urgenza di riportarlo a una dimensione più immediata, più accessibile, più umana e più autentica.

Non dunque la famiglia «in crisi» è verosimilmente il tema che si impone ai romanzi in tempi di globalizzazione, bensì la famiglia in quanto realtà concreta di vita e quotidianità contro quell’evanescente rapporto a suo modo virtuale, giornalistico, generico e generalistico che siamo soliti intrattenere, attraverso i media, con il resto del mondo.

In questo quadro di lettura non stupisce allora che i finalisti allo Strega siano autori «preoccupati» della famiglia, della dimensione privata della loro esistenza, del «minimalismo» della loro vita privata, dei loro affetti primari e immediati. Non stupisce perché in questa reazione a un certo «massimalismo» indotto dalla virtualizzazione della realtà essi ritrovano probabilmente l’essenza viva, diretta, tangibile e passionale delle cose.

Emanuele Trevi, il vincitore dello Strega, parla di due persone care, realmente esistite, immediatamente legate alla sua vita e ai suoi sentimenti. Gli altri, in modi più o meno analoghi, cercano nel «privato» il senso che il «pubblico», l’universale, il planetario, non sono più in grado di offrire. E a fronte di queste emblematiche coincidenze il critico non può che interrogarsi: Significa che il mandato, il compito, l’obbiettivo della letteratura contemporanea è riportarci a quel nucleo di sensatezza che solo può essere individuato nella vita privata, nella famiglia e negli affetti personali?

Probabilmente, in un mondo ormai troppo complesso per essere indagato adeguatamente con gli strumenti della letteratura, questo ripiego nel privato è un modo inevitabile per tornare celebrare la vita e la famiglia intorno a cui si organizza. E per ritrovare quel senso che la globalizzazione, invece di allargare, pregiudica.

Marco Alloni
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