Mario Tobino nel chiostro dell'ospedale psichiatrico di Maggiano in provincia di Lucca
Mario Tobino nel chiostro dell'ospedale psichiatrico di Maggiano in provincia di Lucca

Mario Tobino e i suoi “matti”

La grandezza di una sconfitta

Tutta l’opera letteraria di Mario Tobino (nato a Viareggio nel 1910 e morto nel 1991) e la sua pluridecennale attività come psichiatra nel manicomio di Maggiano nei pressi di Lucca (Magliano, nella reinvenzione letteraria), ruotano intorno a una semplice quanto dolorosa verità, che in fondo è la medesima verità espressa nel “Woyzeck” di Georg Büchner: l’animo umano è sempre una terra incognita, ma talvolta -fin troppo spesso- è anche un abisso. E «a guardarci dentro», dice Woyzeck, «vengono le vertigini». È una verità che esprime disincanto e amarezza, ma anche e soprattutto la necessità di avere riguardo e comprensione per tutti coloro che  non sono al mondo come se fosse la cosa più normale e scontata.

Nessuno, ovviamente, è al mondo come «la chiave nella toppa e l’acqua nel bicchiere», per riprendere una celebre affermazione di Martin Heidegger, il quale aggiungeva che siamo tutti “geworfen”, “gettati” in qualcosa di non meglio definito che è il “da-sein”, “l’esserci”, “l’essere qui”. Ma c’è una categoria di persone che più di ogni altra è gettata nel fondo più fondo dell’abisso. Si tratta dei cosiddetti “matti”, o per essere più precisi: quelli che la società dei cosiddetti “sani” giudica come “matti”. Proprio quei “matti” che lo psichiatra Tobino -viareggino di origine e lucchese di adozione, ma capace di saldare nella propria biografia e nella propria opera due realtà così antitetiche- si è sforzato di curare non solo con gli strumenti della scienza medica (prima e dopo la rivoluzionaria ma controversa invenzione del Largactil e degli psicofarmaci, e più nello specifico dei neurolettici, all’inizio degli anni Cinquanta) ma anche in virtù di un approccio fatto di attenzione, comprensione, simpatia nel senso forte ed etimologico del termine. E quindi patendo e soffrendo insieme a loro, condividendone i personalissimi inferni, i recessi più impervi,  le insondabili oscurità, l’umanissimo quanto terrificante cuore di tenebra.

Incontro con Mario Tobino

Incontro con Mario Tobino

A cura di Gianni delli Ponti (Archivi RSI, 2010)

 

Il tema della psichiatria e della follia è presente un po’ ovunque nell’opera letteraria di Tobino, ma i tre libri che lo affrontano direttamente sono il celebre “Le libere donne di Magliano” del 1953, “Per le antiche scale” del 1972 e “Gli ultimi giorni di Magliano” del 1982, che segnano tre snodi decisivi del suo percorso umano e professionale. Bisogna inoltre aggiungere “Il manicomio di Pechino”, pubblicato nel 1990, che raccoglie i diari degli anni 1955-56.

Tra le opere di Tobino che al termine di una lunga e inspiegabile assenza tornano finalmente disponibili nella collana degli Oscar Mondadori ci sono anche “Per le antiche scale” e soprattutto “Gli ultimi giorni di Magliano”, che dopo la prima edizione del 1982 era stato ristampato una sola volta. Adesso torna in una nuova edizione ampliata, con una scelta di pagine finora inedite, tratte dai diari del 1958 e soprattutto degli anni 1977-1980, prima del pensionamento e nel periodo dell’introduzione della Legge 180, detta anche Legge Basaglia, che svuotò i manicomi in virtù di un’interpretazione della malattia mentale del tutto diversa da quella di Tobino e degli psichiatri della vecchia scuola.$

Lo psichiatra e scrittore toscano, infatti, che è stato forse l’ultimo esponente della prima grande stagione della psichiatria italiana, concepiva l’approccio al malato di mente all’interno del quadro fenomenologico della scuola tedesca, sia sul piano delle premesse teoriche che su quello delle concrete modalità terapeutiche. Nella seconda metà del Novecento, invece, di pari passo col mutamento del contesto sociale e culturale, si è imposto un altro quadro teorico, quello della psichiatria ermeneutica di derivazione francese, con modalità terapeutiche radicalmente diverse, anche perché fondate sul presupposto di una stretta correlazione tra disagio psichico e disagio sociale. Rimane il fatto che la Legge 180, comunque la si voglia giudicare, entrò in vigore senza che lo Stato -tipica storiaccia italiana- italiano avesse messo a disposizione gli strumenti e i presidi per renderla veramente efficace.

Un lettore d’eccezione come Federico Fellini, che per un certo periodo, dopo “La strada”, coltivò l’idea di trarre un film da “Le libere donne di Magliano”, fu invitato da Tobino nel manicomio di Maggiano e raccontò la propria esperienza in questi termini: «Tobino mi ha dato subito un camice e mi ha portato in giro per l’ospedale insieme ad altri medici. Le pazze mi hanno preso subito per un nuovo medico. E’ stata un’esperienza straordinaria. Scrissi, poi, una storia su questa minacciosità dell’ambiente. Perché la follia protetta dall’amore (e da mura) comunica un sentimento di libertà pericoloso, al quale è difficile resistere. E’ il caos primigenio protetto, difeso, istituzionalizzato. Non c’è libertà paragonabile a quella della pazzia difesa. Quell’esperienza mi ha turbato».

Le considerazioni di Fellini sono molto rivelatrici, perché il turbamento del quale parla il grande regista è il medesimo turbamento che si prova leggendo i racconti di manicomio di Tobino, in primo luogo quelli contenuti in quel «libro di grandiosità terrificante» -il giudizio è sempre di Fellini- che sono “Le libere donne di Magliano”. Tuttavia le pagine che ancora oggi, quasi quarant’anni dopo, provocano il maggiore turbamento, sono quelle de “Gli ultimi giorni di Magliano”. Perché è il libro di un uomo e di un medico stanco e disilluso, ma pur sempre combattivo, che intona un lungo e poeticissimo canto d’addio a quelli che egli stesso chiamava affettuosamente «i miei matti». E poi perché è il resoconto di una vita di lavoro in mezzo ai malati, ma è anche la sincera confessione di una sconfitta al cospetto della nuova psichiatria. Eppure, allora come oggi, la grandezza del Tobino uomo e scrittore, e quindi la sua più intima verità poetica, consistono proprio in questa gloriosa sconfitta. Ecco perché le splendide e dolenti parole che chiudono il libro, con l’anziano medico che si congeda dai suoi “matti”, continuano a toccare un nervo più che mai scoperto: «E allora, cari amici, addio. Abbiamo passato insieme più di quarant’anni. In questi ultimi tempi -nel fumo della moda- non vi ho saputo né proteggere, né vendicare. Ero rimasto solo. E da solo non ne avevo la forza».

Mattia Mantovani
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