Murakami

Il più sopravvalutato scrittore del pianeta?

Ho letto solo due romanzi di Murakami Haruki. Ma essendo sostanzialmente identici mi permetto di inferire che tali siano anche gli altri.

Si tratta di 1Q84 e di L’uccello che girava le viti del mondo, due corposi volumi al termine dei quali la tentazione più forte è quella di complimentarsi: «Murakami è forse l’unico scrittore al mondo in grado di non dire niente per oltre 1600 pagine, niente più di quanto la borghesia sappia già di se stessa».  

Quanto rende la sua prosa così avvincente è dunque forse proprio il fatto che Murakami non richiede alcuno sforzo e alcuna decifrazione. O come mi diceva il compianto Tabucchi qualche anno fa (senza ovviamente riferirsi allo scrittore giapponese) che «in fondo ci vogliono anche i libri per passare una domenica piovosa».

In buona sostanza io ritengo che il miracolo Murakami si riduca dunque a questo: ad aver saputo indovinare quel tipo di prosa senza nerbo, godibilissima nella sua fatuità, che non producendo altro che un gradevole intrattenimento ci consente di passare intere domeniche senza doverci immalinconire osservando le gocce che picchiettano sui vetri. Funzione secondaria della letteratura ma assai rispettabile laddove attenua la saudade.

Aruki Murakami, Il mestiere dello scrittore
Aruki Murakami, Il mestiere dello scrittore La recensione di Roberto Galaverni
 

A meno che il capolavoro di Murakami non consista in una suprema ironia (volontaria o involontaria) nei confronti delle pretese della letteratura di aprire squarci di coscienza nella vita: nel qual caso ammetto di non aver colto lo spirito sotteso della sua opera e chiedo venia.

Di quei due libri conservo comunque soltanto quattro immagini: quella di due lune che compaiono contemporaneamente in cielo, quella di un tizio che finisce in un pozzo, quella di alcuni cani che si azzannano tra di loro e quella di me stesso che si domanda: perché?

Murakami è in effetti l’enigma nella sua proporzione più vasta. E la sua opera – o almeno quei due romanzi – una così formidabile concatenazione di situazioni narrative senza riverberi da lasciar sospettare che davvero egli non miri ad altro che a un puro funambolismo dell’intrattenimento.

Fatto che di per sé non merita ovviamente alcuna condanna, al contrario: le ore più liete della mia depressione le ho trascorse proprio divorando la sequela di fantasmagorie rassicuranti dei suoi due romanzi maggiori. Resta però il dilemma sul perché un simile narratore – sapiente nel tessere storie con un linguaggio così elementare da non provocare traumi – sia da anni candidato al Nobel. Dopo l’elezione di Trump, il tripudio di vendite di Fabio Volo e la presenza reiterata di Mauro Corona nel programma di Bianca Berlinguer, questo resta per me il più insondabile mistero ontologico dell’ultimo quarto di secolo.

Haruki Murakami, Uomini senza donne
Haruki Murakami, Uomini senza donne La recensione di Roberto Galaverni
 

Forse non ho capito cosa sia successo nell’intimo alla letteratura in questo scorcio di affaticato nuovo millennio? Sì, forse mi è sfuggita qualche tessera dell’evoluzione del sistema culturale e delle sue produzioni. E dacché Dario Fo e Bob Dylan hanno ottenuto il Nobel ed Elena Ferrante è stata tradotta in quaranta paesi, ho probabilmente smarrito le coordinate della storia. Forse non mi sono insomma reso conto che i codici sono cambiati e l’orizzonte euristico fondamentale del romanzo non è più scardinare i luoghi comuni e le evanescenze di pensiero ma confermarle. O forse più drammaticamente non mi sono reso conto che Murakami piace perché appunto, pagina dopo pagina, riesce a rassicurarci nell’idea che il mondo è solo un grande serbatoio di distrazioni.

Il più sommessamente possibile temo allora di dover rimarcare che laddove un maestro dell’inconsistenza assoluta, dell’assoluta genialità nel riuscire a non aprire un solo orizzonte di ripensamento, un assoluto gigante della totale sapienza nel riuscire a farci percorrere mille pagine senza mai un sussulto di pensiero, ha raggiunto gli olimpi della letteratura, forse il sottoscritto farebbe bene a rivedere i propri assunti e a tornare a occuparsi delle figurine Panini.

A meno che appunto un eventuale conferimento del Nobel a Murakami non abbia la sofisticatissima finalità di far morire due volte – evento ragguardevole, dal giorno della resurrezione di Lazzaro – Philip Roth, Jorge Luis Borges e altre decine di antiquatissimi geni della parola.

Marco Alloni
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