Nietzsche scrittore

L’abbraccio abissale tra parola e pensiero

Che Nietzsche sia un filosofo è una di quelle inutili evidenze che nessuno oserebbe mai mettere in discussione. Ma che Nietzsche sia anche e soprattutto uno scrittore riesce generalmente molto meno scontato.

Eppure su questo dato – che nel mondo della filosofia non riguarda solo Nietzsche ma molti altri – andrebbe forse speso qualche ragionamento. Non fosse perché qualunque disciplina umanistica – ma in larga misura anche le cosiddette discipline scientifiche – non può prescindere dall’essere comunicata, e quindi sostanzialmente compresa, se non attraverso la scrittura.

D’altra parte la disinvoltura mediatica di questi anni ci ha abituati a riconoscere implicitamente indivisibili queste due dimensioni: il pensiero e la scrittura. Tanto che non è raro – anzi, è fin troppo frequente – che nelle didascalie televisive che accompagnano sullo schermo questo o quell’intellettuale (o sedicente tale) ci si trovi a leggere: Sociologo e scrittore oppure Giornalista e scrittore oppure Docente e scrittore oppure Antropologo e scrittore. Come se lo stridente effetto pleonastico non rendesse vagamente comico invece di accrescere il valore culturale dell’interlocutore in questione.

Sils-Maria

Sils-Maria (Archivi RSI/Youtube)

A spasso per la Svizzera con citazioni d'autore

 

Su un piano meno beffardamente promozionale il pleonasmo cessa però di essere ridicolo. Almeno nella misura in cui ci si rende conto – fuori di propaganda mediatica – che nessun pensiero è davvero persuasivo laddove non è veicolato da una lingua e da una scrittura degne di questo nome.

Jean-Paul Sartre, in uno dei suoi scritti autobiografici, ricordava come il fatto di scrivere e il fatto di pensare muovessero in fondo da uno stesso sostrato e da un tessuto a suo modo unitario. Facendo indirettamente il verso al celeberrimo monito di Wittgenstein “Di tutto ciò di cui non si può parlare bisogna tacere” affermava infatti con spassionata sincerità: “Io comincio a pensare solo una volta che comincio a scrivere”.

Ecco, questi rapidi cenni confermano che scrittura e pensiero sono tra loro inscindibili. E che senza l’ausilio di una scrittura davvero probante nessun pensiero che si pretenda persuasivo potrà mai esserlo.

In questo senso Nietzsche è l’emblema di quanto la filosofia – per esteso, il pensare – siano debitori della loro formulazione letteraria. Nulla di quanto Nietzsche ha scritto, soprattutto nella fase più tragica e terminale della sua esistenza, si sottrae a questo magnifico sortilegio: essere la profondità tanto più espressiva e convincente quanto maggiormente alleata con la parola che la trasfonde. Non solo: in Nietzsche – in particolare nel suo inarrivabile Così parlò Zarathustra – scrittura e pensiero fanno in un certo senso tutt’uno, poiché a partire da un certo momento il suo discorso si configura in una forma così enigmatica e paradossale che non può se non procedere dalla dimensione metaforica.

Provate a scorrere le pagine del Zarathustra e immaginate se gli stessi assunti, le stesse parabole, le stesse evocazioni e allusioni venissero irretite nel linguaggio più classico della filosofia, ovvero nel puro astrattismo speculativo. Non solo perderemmo per strada interi olimpi di grazia letteraria, ma perderemmo quasi per intero il senso ultimo della sua riflessione.  

Nietzsche è dunque l’approdo più alto – a detta di chi vi scrive – della filosofia moderna e contemporanea non già e non tanto perché ha riconosciuto nella pulsione al “superamento” il dato probabilmente quintessenziale che connota alla radice l’avventura umana, ma perché ha compreso che il mistero del sapere può essere testimoniato solo attraverso la metafora: sia essa metafora in quanto tale sia essa allegoria o simbolo sia essa sic et simpliciter letteratura.

O il dicibile più recondito, più impensabile – secondo la grande lezione dei “puri folli” della poesia o del romanzo – è forse mai evocabile, magari persino percettibile, magari addirittura comprensibile, se non attraverso quel filo sottile di connessione fra abisso e razionalità che è il linguaggio metaforico, il linguaggio letterario?

Leggere Nietzsche è come leggere un grande romanziere. Con la differenza, l’aggravante meravigliosa, che si tratta di un grande romanziere che non narra l’evidenza delle cose ma l’oscurità più intima dell’essere. A rigore, come diceva lui, uno scrittore per tutti e per nessuno.

Marco Alloni 
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