Se utilizzo lo schwa, non mi blastare!

Per un uso inclusivo e non sessista della lingua italiana

Da diverso tempo discipline come la sociolinguistica e gli studi di genere si interrogano su un utilizzo più inclusivo della lingua, adeguato a descrivere una realtà socioculturale ormai mutata. Nel corso della storia, le sperimentazioni linguistiche, hanno sempre accompagnato i fenomeni legati ai cambiamenti politici, all’avvento di nuove tecnologie, alle migrazioni. Nascevano così termini come il quisibeve per indicare i bar nell’epoca del fascismo; i prestiti dall’inglese come yuppies per indicare i giovani professionisti a servizio del capitalismo negli anni Ottanta; oppure sempre nello stesso periodo abbiamo anche tentativi di riappropriazione linguistica, come è accaduto all’interno della comunità LGBTQIA+ con il termine «frocio», oppure come succede oggi con l’aggettivo «grassə» rivendicato dal body positivity movement. Le sperimentazioni della lingua hanno coinvolto anche richieste di abolizione di etichette già ampiamente consolidate e diffuse come è stato il caso del termine «signorina», per indicare in modo indiscriminato infermiere, giovani donne nubili o avvocate. La lingua è sempre in continuo mutamento e sono i parlanti stessi a deciderne le sorti, tuttavia solo recentemente un piccolo, discreto, segno grafico ha scatenato l’opinione pubblica. Chiedendo a tuttə, dall’oggi al domani, di decidere da che parte stare. Un fenomeno curioso, anche perché l’era di internet e la società dello spettacolo nella quale viviamo partorisce continuamente, con i ritmi serrati che ci caratterizzano, neologismi, calchi o prestiti come blastare, triggerare, cliccare, velina, taggare, tangentopoli, smart working, bannare, attapirare, boomer e via dicendo. Ma come mai queste novità non sembrano turbare le persone che si ergono in difesa della «bella lingua»?

 

Una delle prime studiose a interrogarsi sull’inclusività della lingua a lei contemporanea fu Alma Sabatini nel suo libro Il sessismo nella lingua italiana (1987) che contiene al suo interno anche il saggio Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana (1986) nel quale chiariva gli usi lessicali e grammaticali per un italiano corretto e non discriminatorio nei confronti delle donne. La studiosa e linguista romana, all’epoca non poteva però prevedere che, il binarismo della lingua italiana un giorno non sarebbe più bastato per descrivere tutte le sensibilità che rivendicano oggi uno spazio, non solo nel vocabolario, ma anche nella società. L’italiano, a differenza ad esempio del latino o del tedesco, non contempla il genere neutro, nella nostra lingua infatti si adopera il maschile o il femminile. Sabatini suggerisce perciò di applicare correttamente le regole grammaticali che la nostra lingua ci offre: per quanto riguarda i maschili che terminano in -sore e -tore si invita a utilizzare le forme femminili in -sora e -tora, mentre i maschili che terminano in -o al femminile diventano -a. Sabatini inoltre raccomanda di evitare l’utilizzo del suffisso -essa che nasce innanzitutto per indicare la figlia (principessa) o la moglie (baronessa) di chi esercita la funzione in questione e che dalla fine dell’Ottocento assume una connotazione ironico-spregiativa come è il caso di «generalessa», per indicare una donna autoritaria. Perciò oltre che a sottolineare un rapporto di subordinazione, il suffisso -essa, non rappresenta più il ventaglio di possibilità alle quali oggi ambiscono le donne. Nella lingua italiana ritroviamo poi tanti termini epiceni (che rimangono invariati indipendentemente dal genere) quindi il referente viene segnalato attraverso l’uso dell’articolo; perciò dirò la giornalista/il giornalista, il pediatra/la pediatra, la presidente/il presidente e via dicendo. Si tratta ovviamente di indicazioni per un uso semplice e corretto della lingua, non di coercizioni; si cerca un dialogo, non un’imposizione; si abbraccia la sperimentazione e non l’immobilità linguistica.

 

La lingua dà forma, crea la realtà; scrittrici del calibro di Virginia Woolf hanno affermato, in più di un’occasione, che «noi siamo le parole». Se io mi guardo attorno in un’aula dell’università vedo molte studentesse, camminando per i corridoi delle aziende vedo tante donne che ricoprono ruoli di potere: direttrici, caporedattrici, cape dipartimento, allora perché continuare con questo occultamento sociale attraverso il linguaggio? Le parole danno forma al nostro pensiero e il nostro modo di pensare influenza la realtà e la percezione che abbiamo di essa. Chi difende il fantomatico “maschile neutro” difende anche la superiorità del maschile nella lingua, la quale si traduce in una superiorità sociale. Questo fenomeno ha un nome, e qualunque sia il termine con il quale decidiamo di chiamarlo, ci conduce, in ogni caso, a un  sessismo interiorizzato, che ci spinge ad assumere tuttə lo stesso sguardo maschile sul mondo, soprattutto quando decidiamo di farci strada nei luoghi del potere (come rilevava John Stuart Mill nel 1869 nel suo testo L’asservimento delle donne). È di questo che si tratta, infatti non abbiamo alcun problema con termini come cameriera, infermiera, sarta, cuoca, maestra, però storciamo il naso di fronte ad avvocata, ministra, pretora, magistrata, rettrice, ingegnera, architetta, personaggia.

 

L’uso del maschile non marcato sovraesteso nella lingua scritta e parlata non cancella solamente le parole che la lingua italiana, attraverso le sue regole, ci mette a disposizione, bensì cancella anche alcune categorie di persone. Chi cerca di opporsi all’affermarsi di una lingua più inclusiva tuttavia si avvale di un non contestabile estro artistico, perciò sentiamo e leggiamo frasi che suonano così: «il sindaco ha partorito una bambina», «la mia amica aspetta un bambino maschio», «il presidente è una donna». Reticenze che creano evidenti incomprensioni semantiche e ridondanze evitabili, soprattutto se la ricerca è quella di una lingua bella e semplice. Perché dobbiamo dire «un ingegnere donna», «un pilota donna», «un meccanico donna» quando potremmo semplicemente declinare articoli, pronomi e sostantivi nel modo corretto? Ed è qui, che la “creatività linguistica” cede il posto ai dubbi: «allora dovremmo dire il giornalisto e il pediatro?». No. Ma dato che nemmeno la storia dei termini epiceni è abbastanza convincente, ecco che il discorso vira verso la conclusione, nella speranza di essere archiviato, con un «sì, però suona male ed è brutto da vedere scritto». Per confutare anche questa tesi arriva in soccorso Dante Alighieri che nel Canto VII dell’Inferno, della sua Divina Commedia scrive:

«Similmente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce […]»

ma anche la tradizione cristiana è una buona fonte di esempi, prendiamo la preghiera Salve Regina:

«Orsù dunque, avvocata nostra,
rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi.»

Ovviamente a livello semantico queste frasi non fanno riferimento al ruolo professionale ricoperto da una donna, però queste testimonianze dimostrano che la declinazione al femminile è possibile e forse non suona poi così male. E che semplicemente come ha affermato il linguista Bruno Migliorini (1896-1975): «un termine nuovo spesso è giudicato brutto solo in quanto nuovo, perché urta contro la purezza, la continuità e la tradizione».

Dopo aver fatto pace con il binarismo della lingua italiana arriviamo infine al demoniaco schwa, che ha fatto incendiare tanto l’opinione pubblica, eclissando tutto quello che sta dietro a questa piccola ‘e’ rovesciata. Ripercorriamo insieme la prima lezione di Linguistica Generale. Quella lezione che in due secondi spazza via le certezze radicate e coltivate dai tempi delle elementari, a suon di battiti di mani per aiutarsi con la divisione in sillabe. Infatti la prima cosa che scopri durante il tanto temuto corso di linguistica è che nella suddivisione in fonemi la ‘s’ non va sempre a capo, e come se non bastasse, la seconda sconvolgente scoperta è che le vocali dell’italiano sono 7 e non 5. Proprio così. Infatti ogni linguista che si rispetti ha tatuato sull’avambraccio, accanto, ovviamente, a una citazione di de Saussure, il trapezio delle vocali che riporta:

la “o aperta” /ɔ/ di «ho»; la /u/ di «un»; la /o/ di «sogno»; la /e/ di «ed»; la “e aperta” /ɛ/ di «è»; e la /i/ e la /a/ di «l’inclusività».

Arriviamo ora al punto scottante, al centro di questo trapezio rettangolo capovolto, che ci indica la posizione che il nostro apparato fonatorio deve assumere per pronunciare queste vocali, troviamo questo simbolo fonetico /ə/. Per capire come si pronuncia lo schwa prendiamo l’esempio della lettera ‘b’, nella compitazione per ragioni di comodità pronunciamo /bi/, tuttavia se volessimo emettere esclusivamente il suono della consonante occlusiva bilabiale sonora /b/, per forza di cose sarà seguito da un suono indistinto: lo schwa. Per levarci ogni dubbio, se per pronunciare tutte e 7 le vocali dell’italiano, una dopo l’altra, l’apertura della nostra bocca e la posizione delle nostre labbra varia, per pronunciare lo schwa - la bocca è leggermente aperta, le labbra a riposo e il suono che fuoriesce con lo spostamento d’aria dovuto al movimento delle corde vocali è appunto un suono indistinto - chiamato schwa /ə/. L’adozione di questo simbolo fonetico, che già esisteva, arriva da una proposta della sociolinguista Vera Gheno, che ne consiglia l’utilizzo, soprattutto nello scritto, quando ci si rivolge a una moltitudine mista di persone; ad esempio anziché utilizzare un maschile sovraesteso come nel caso di «cari tutti», se fra questo gruppo è presente anche solo una donna scriveremo «carə tuttə». In questo senso lo schwa è un accorgimento al pari dell’asterisco, della x, o della u, già in uso in altre lingue. Altro aspetto che ha fatto molto discutere i titolisti nelle ultime settimane è: ma si dice lo schwa o la schwa? Lo schwa è un simbolo fonetico dell’alfabeto internazionale IPA, tuttavia i parlanti della Svizzera italiana saranno certamente più flessibili; dato che fra i vari elvetismi, tra i più famosi ricordiamo la posta (per indicare l’autopostale) oppure il natel (il cellulare), gode di grande successo «la meteo», quando invece i vicini italiani dicono «il meteo».

Lo schwa e la lingua senza sesso
Lo schwa e la lingua senza sesso
 

Chiariti gli aspetti pratici la questione si complica ulteriormente. Infatti gli studi di genere vanno oltre al binarismo di genere, dunque lo schwa potrebbe essere una soluzione inclusiva in questo senso. Il suo utilizzo non si limiterebbe perciò esclusivamente al plurale che indica una moltitudine non definita di uomini e donne, bensì in una prospettiva intersezionale, sarebbe indicato utilizzare lo schwa anche per il singolare: dal momento che non possiamo presumere o dare per scontato che il sesso biologico di una persona corrisponda al suo genere. Un tema complesso quindi, e in evoluzione, che richiederebbe un’argomentazione più dettagliata e seria, ben lontana dal taglio scelto per questo articolo. Ovviamente i toni scherzosi sono una naturale risposta alle argomentazioni e alla disinformazione offerte dai media in queste settimane. Dietro alle soluzioni semplici in risposta a un fenomeno complesso, c’è un dibattito composto da uomini e donne che stanno studiando e sperimentando, con l’obiettivo di arricchire il panorama culturale anziché inaridirlo. Perciò non dobbiamo decidere per quale fronte militare, perché non è una battaglia, è un laboratorio, la vita, si tratta di sperimentare e trovare nuove soluzioni per una società che, inevitabilmente, è in continuo mutamento. Ma non dobbiamo per forza maturare oggi una nostra opinione (come ci viene richiesto dai media); è lecito prendersi un momento per rimanere in ascolto, stare in silenzio, studiare per poi, magari, non decidere mai qual è la nostra opinione a riguardo. Quando anche questo polverone si sarà nuovamente abbassato e gli animi si saranno assestati, uomini e donne continueranno a interrogarsi sul linguaggio e sulla rappresentazione. Se il tema vi interessa siateci anche quando le acque si saranno acquietate e quando si potrà discutere, con i giusti toni, confrontandosi e condividendo senza paura.

Elisabeth Sassi
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