Stig Dagerman

Non aver paura della paura

Non è stato propriamente un “maudit” e non fa nemmeno parte del cosiddetto “Club del 27” (i celebri suicidi della storia del rock), ma a quasi settant’anni dalla morte lo svedese Stig Dagerman è definitivamente assurto allo status di personaggio da culto. E’ un bene o un male? Difficile dirlo. Forse è un male, perché la sua glorificazione non depone a favore di un’umanità tutt’altro che “beata” e quindi bisognosa di “eroi”, per riprendere le ben note parole di Brecht. Ma in fondo è il destino dei “maudit”, da Baudelaire e Rimbaud o perfino da Villon in poi fino a Jim Morrison e Kurt Cobain. E come tale bisogna accettarlo e considerarlo.

Nato nel 1923 e morto suicida nel 1954, genio precocissimo e troppo precocemente scomparso, Dagerman rimane una voce che merita di essere ascoltata con estrema attenzione, perché è stato davvero uno dei pochi che hanno tentato di fornire in maniera non ideologica una lettura alternativa della realtà umana, politica e sociale, e poi perché ha prefigurato molte contraddizioni e incongruenze che ormai sono sotto gli occhi di tutti. Questa dimensione della sua opera, presente in testi narrativi come “I fuochi della notte”, “Il viaggiatore”, “Bambino bruciato” e “Il serpente”, nonché nello straordinario reportage “Autunno tedesco” (l’allora ventitreenne Dagerman, nel 1946, fu tra i primi -insieme a Max Frisch- a viaggiare nella Germania dell’“ora zero”), si profila soprattutto nel famoso pamphlet “Il nostro bisogno di consolazione”, vero e proprio manifesto di poetica, e nel volume di saggi “La politica dell’impossibile”.

E’ principalmente negli scritti saggistici, infatti, che il giovanissimo Dagerman, da una prospettiva periferica come quella svedese ma con una prodigiosa acutezza di sguardo e profondità di analisi, si confronta con temi che nei primi anni del secondo dopoguerra potevano forse essere un lontano orizzonte oppure uno spauracchio, e invece oggi sono una triste realtà: la crisi e il pervertimento delle istituzioni democratiche, i reali costi del benessere, il darwinismo sociale, la svendita di diritti civili faticosamente conquistati, e infine la funzione meramente decorativa della cultura, ormai derubricata -sono parole di Dagerman, che cita e riprende il suo modello e connazionale Strindberg- al rango di puro e semplice «gioco di società».

Tra gli scritti saggistici spicca in particolare un lungo articolo del 1946 dal titolo “Il mio punto di vista sull’anarchismo”, che contiene il più intimo nucleo della sua visione del mondo. L’ Europa è ridotta in macerie, tutto è confuso e nebuloso, ma il giovane ventitreenne ha le idee molto chiare e una vista acutissima, che lo porta a individuare quelle che saranno le grandi menzogne del secondo dopoguerra: «La presenza di stridenti diseguaglianze nella distribuzione del cibo, dei vestiti e delle possibilità di istruzione non è l’unico criterio per giudicare la mostruosità di un sistema sociale. Sistemi di terrore come il nazismo rivelano immediatamente la propria natura con una sfrenata violenza fisica, ma se si riflette solo un po’ più a fondo ci si rende conto che anche i sistemi statali più democratici esercitano sulla gente comune una pressione e incutono un’angoscia a cui non c’è romanzo horror o poliziesco che possa fare concorrenza». Tutto questo, secondo Dagerman, è dovuto al processo di astrazione che ha subito nel tempo il concetto di “Stato”, di modo che «si può decisamente affermare che lo Stato democratico della nostra epoca presenta un tipo del tutto nuovo di disumanità, la cui natura non è migliore di quella dei regimi autocratici del passato».

Parole vecchie di oltre settant’anni, ma che sembrano scritte oggi o perfino domani. E che si situano in una zona infinitamente lontana dalle pappe del cuore, dagli autoinganni, dai miasmi paludosi del “politicamente corretto” e dalle tante, troppe ipocrisie civili, mezze menzogne e mezze verità. Quella che si respira nelle pagine di Dagerman è insomma aria pura, purissima, ma talmente rarefatta da risultare quasi irrespirabile. In un altro scritto molto significativo fin dal titolo, “La dittatura del lutto”, del 1950, che prende spunto dalla morte del re di Svezia Gustavo V, Dagerman prefigura quella che diventerà poi la realtà interamente filtrata dominata e deformata dai mass-media e dalla comunicazione globale: «Il dolore organizzato è ripugnante, perché è privo di sentimento, avido e falso. Il lutto può essere trasformato in sensazionalismo e pubblicità, anzi, addirittura in un mezzo di intrattenimento. E la stampa democratica afferma di interpretare l’anima del popolo, mentre in realtà le fa violenza».

Dagerman si suiciderà quattro anni dopo: un gesto estremo ma non privo di una terribile logicità, perché quando si possiede una sensibilità così spiccata -e soprattutto priva di difese, contrappesi e salutari svagatezze e smemoratezze (il “Lete della vita”, come lo aveva definitivo il grande scrittore romantico tedesco Jean Paul)- è semplicemente impossibile vivere. Lo fa capire lo stesso Dagerman in uno scritto del 1952 dal titolo “Il radioso avvenire”, nel quale risponde in questo modo a una giovane maturanda che gli chiede quale senso dare alla vita: «Quando le forme della società si fanno dure e negano la vita, è meglio essere asociali che disumani».

 

Ma c’è un interrogativo, se mai possibile, ancora più vertiginoso. E’ contenuto in una delle pagine più belle e drammatiche di “Autunno tedesco”: «E’ più vicina alla poesia la sofferenza causata dal riflesso del fuoco o quella che nasce dalla fiamma stessa?». Il riflesso del fuoco e la fiamma: non bisogna aver paura della paura, dice il protagonista de “Il serpente”, perché la paura è appunto come un serpente, una specie di virus che striscia, si insinua, infetta e contamina la mente e la coscienza, instilla angoscia e disperazione, impedisce di pensare e di vivere. E invece “vivere”, per Dagerman, significa trovare la “consolazione”, descrivere l’indescrivibile sporgendosi sull’orlo dell’abisso. Il che è tanto, tantissimo, probabilmente troppo. Nella notte tra il 4 e il 5 novembre 1954 il trentunenne Stig Dagerman, grande promessa delle lettere svedesi ed europee, scende nel garage di casa, in un sobborgo di Stoccolma, accende il motore dell’automobile e si lascia soffocare dai gas di scarico: «Il giornalismo -ha scritto, ma ovviamente intendeva la vita- è l’arte di arrivare troppo tardi il più in fretta possibile. Io non la imparerò mai».

Mattia Mantovani
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