(Keystone)

Underworld

La vertigine di Don DeLillo

Si potrebbe dire: se Proust ebbe la sua madeleine, Don DeLillo ha la sua palla da baseball. E se con Proust ritornare al pieno possesso di quel tempo assoluto che è il sapore di una madeleine – o per meglio dire, che il sapore di una madeleine restituisce all’io e alla sua memoria – equivale a ridisegnare i filamenti imprendibili di un passato, per Don DeLillo ritrovare la palla che sancì la sconfitta della sua squadra del cuore equivale a riscattare quel passato e tutti i reietti che del loro passato non hanno mai potuto liberarsi.

Questo in estrema sintesi il debito proustiano dello scrittore americano. E questo a grandi linee il filo conduttore su cui cresce – a tratti in forme labirintiche o tentacolari – il suo romanzo-mondo Underworld.

Ma saremmo ben lontani dall’aver colto lo spirito quintessenziale di questo libro se ci attestassimo solo su tali pretesti o prestiti proustiani. DeLillo in verità – ancora una volta, non molto diversamente dall’autore della Recherche – conosce dell’arte di narrare il segreto più sottile: quello di provvedere la narrazione di una trama qualsiasi – verrebbe quasi da dire, di una trama purchessia – in modo da svelarcene non già il senso ma la tonalità. In modo da rivelarcene – come ogni romanzo consapevole dovrebbe fare – la complessità e il mistero insondabile.

In effetti è nel segno della complessità che questo romanzo di mille pagine si dispiega. Una complessità che è allo stesso tempo stilistica e contenutistica, filosofica e sociologica. Giacché in Underworld tutto si può incontrare tranne il facile cedimento a una scrittura consolatoria, banalmente rivelatoria o immediatamente eloquente. Ogni passaggio, come ogni dialogo, corre sul crinale della sua dissoluzione, del suo auto-annullamento. Al punto che la trama, ridotta ai minimi termini, serve per così dire soltanto a sorreggere l’immenso e maestoso edificio di un affresco dell’America e del mondo contemporaneo che non è altro che l’affresco della nostra decadenza.

Decaduta ogni etica, decaduta ogni certezza, decaduto ogni senso ultimo delle cose, e decaduta un’immagine chiara del Nemico, il mondo – nel libro come nella realtà – cresce su un immenso cratere in cui è via via accumulata la nostra immondizia. Allo stesso tempo immondizia reale, spesso letale come quella radioattiva, e immondizia metaforica come perdita assoluta di ogni coordinata e sprofondamento fatale e irreversibile nel sottomondo della degenerazione.

Per cui parlare di questo capolavoro è un po’ come parlare di una grande discarica fatta mirabilmente rilucere dalla penna più mimetica e aderente al reale che abbiamo probabilmente avuto negli ultimi cinquant’anni.

Tutto si tiene – tout se tient – e tutto sfugge contemporaneamente. Come il mondo attuale. Tutto diventa detrito e accumulo – come nel mondo attuale – e tutto grida l’ansia di recuperare un filo che ci ancori al senso della nostra esistenza. Ma soprattutto ogni singola pagina, ogni singolo passaggio di questo che potrebbe essere definito un romanzo entropico, o per certi versi un non-romanzo anarchico, collide con le aspettative di linearità, esplicitazione, chiarezza e consolazione a cui ci hanno abituato i testi più edificanti della nostra poco edificante epoca.

Insomma, leggere Underworld significa in primo luogo accostarci e appropriarci di un metro di valutazione del mondo del tutto inedito. Significa prendere le misure del mondo con un righello di seta che indovina centimetro per centimetro l’insesatezza della contemporaneità e tuttavia non tralascia di evidenziare, in questo abisso che si frantuma granulo per granulo col passare dei decenni, la brama di provvederlo di una salvezza, di una soluzione, di un riscatto.

Romanzo dei vinti, romanzo dei reietti, romanzo del sottosuolo, è un’escursione, o ancor meglio un’incursione, negli abissi dei nostri incubi più palesi: a partire da quello di appartenere a un tempo che si sbriciola nella sua smemoratezza e vive ormai solo di lacerti impossibili da ricomporre in un ordine o in qualsiasi parvenza di unità.

Per chi voglia sperare in un mondo palese nei suoi lineamenti non è libro consigliabile. Per chi abbia coraggio di perdersi nelle ombre del contemporaneo è forse il maggior risultato narrativo che si possa rintracciare nella letteratura americana del nostro tempo.

Marco Alloni
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