William Faulkner

Il rifiuto dell'ovvio

Si dice che un critico accorto, responsabile, dovrebbe leggere l’intera opera di un autore prima di pronunciarsi. Temo sia uno di quei luoghi comuni a cui indulgono più gli accademici di quanto non facciano i critici. In verità un critico non è tenuto alla responsabilità dell’onniscienza: prima di ogni altra prerogativa deve avere l’immediatezza di sguardo che è dei rapaci.

Spesso di un autore o di un libro la cifra di qualità risalta in effetti da una sola pagina, foss’anche presa a caso tra le tante che compongono l’opera. E almeno i critici responsabili, i critici rapaci, sanno intendervi l’essenziale: se siamo di fronte a un dilettante, se ci troviamo al cospetto di un autore con questo o quell’orientamento, se la penna è felice, se la densità di racconto merita che si proceda nello scandaglio e via di questo passo.

In altre parole: un pessimo autore lo si riconosce al primo paragrafo e un autore geniale quasi sempre pure.

Premetto queste che ai cultori della letteratura paiono ovvietà perché, nel parlare di William Faulkner, vorrei sottolineare soprattutto un dato: che la sua grandezza trasuda da qualsiasi passaggio si voglia estrapolare dalle sue opere. A riprova che anche nella discontinuità dei risultati, se un autore è grande, è grande sempre.

Faulkner conferma questo assioma poiché, come tutte le grandezze, anche la sua fa mostra di sé con la medesima perentorietà con cui un frammento di tela potrebbe svelare l’inarrivabilità di Van Gogh, il genio di Picasso o l’impareggiabile originalità di Mozart.

In un ideale laboratorio di speleologia del genio, il romanzo Le palme selvagge potrebbe essere il banco di prova di tale assunto. Non perché valga più o meno degli altri suoi capolavori – da Mentre morivo a Luce d’agosto – ma perché in esso, in qualunque frammento di esso, la cifra del genio traspare appunto a tal segno, con tale potenza e prepotenza, da farci esclamare: “Se uno scrive così nessun dubbio che il marchio della grandezza sarà presente ovunque egli abbia impresso la penna”.

Così come? Questo è ciò che la speleologia del genio riconosce in Faulkner prima ancora di aver concluso una sola delle sue pagine: così come è imperativo scriva chi abbia contezza della forza enigmatica e perciò euristica della parola.

Tutto, in Faulkner, nella fattispecie nelle Palme selvagge, denuncia il rifiuto dell’ovvio. Tutto è rivelazione e disvelamento. Tutto è scandaglio privo di conformismo. O, per dirlo nel lessico dell’ovviologia, tutto è trasformazione della realtà – delle cosiddette storie, dei cosiddetti racconti, delle cosiddette trame – in senso e in evocazione di senso: anche del senso meno palese e decriptabile.

Non c’è spazio per l’indugio fine a se stesso, o il compiacimento sterile, la sudditanza al bello o all’aggraziato. La materia della narrazione si annuncia nelle parole con la spietatezza dell’imprescindibile e qualunque personaggio e azione sono intagliati nella irrinunciabile pietra della necessità.

Così – avvalendosi spesso dello stream of consciussness del suo amato Joyce – grandi temi come lo sfruttamento degli indigenti, dei paria, l’aborto e le infinite perversioni che l’amore pretende nel suo bisogno di assoluto, il problema della sopravvivenza, del denaro, il problema dell’ingiustizia e della solitudine, tracimano dalla sua penna senza nessuna mediazione estetizzante. In qualche modo, parlando la medesima lingua della loro materia.

E questo appunto lo si percepisce al primo sguardo. I sentimenti emergono dalle pieghe e dalle piaghe più intime del dolore, la vita conquista i suoi abissi più insondabili, le caratteristiche dell’umano (e del disumano) fioriscono dalla ferocia in tutte le loro impenetrabili articolazioni. E la parola – una parola esatta e profondamente onesta – li pronuncia né più né meno che per quello che sono.

Allora l’autore si profila come un trionfo di anticonvenzionalità. Non agisce sul risaputo ma cava dall’ombra l’inatteso e l’insospettabile, non ripete canoni e stilemi di maniera ma agguanta la complessità alla radice. E colta di ogni cosa l’essenza, si ritrae nel silenzio di chi ha indovinato, dell’essere, qualcosa di simile alla sua matrice.

Marco Alloni
Condividi

Correlati