Cos’è poesia?

Ce lo ricorda Claribel Alegría

di Mattia Cavadini

Capita a volte, invero raramente, di imbattersi in una successione di frasi o versi di una bellezza e potenza inaudite. Penso ad alcune poesie di Rilke, di Celan, qualche verso del Montale di Xenia, alcune figurazioni dantesche, brevi illuminazioni rimbaudiane, l’incanto di Wordsworth e ai sassolini naif e ieratici che Walser lascia cadere nel suo camminare in prosa.

Questo catalogo è inviolabile, emana una luce abbacinante, e non sopporta volgarizzazioni. In esso entrano pochi nomi, per cui quando capita di imbattersi in nuovi cristalli verbali che possano essere annoverati nel catalogo, ecco che si sobbalza sulla sedia, si freme, si sorride e si piange di commozione. È quanto mi è successo ultimamente, leggendo la prima parte (La soglia) del poema Amore senza fine (edizioni Fili d’Aquilone) di Claribel Alegría, poetessa nicarguense di cui ignoravo l’esistenza.

E allora mi sono domandato: come è possibile che determinati autori riescano a generare cristalli verbali così potenti?  La sensazione è che questi momenti poetici non appartengano a colui o colei che li ha generati. Essi sembrano piuttosto superare non solo l’autore ma anche la realtà in cui sono nati. Sono, questi cristalli, l’indizio di ciò che può essere fatto senza che colui che lo fa possa rivendicarne il dominio o la paternità. Ma allora, se non è l’autore che parla in questi momenti ieratici, chi sta parlando? Leggendo la sezione La soglia del poema di Claribel Alegría ho avuto la sensazione (come per gli altri cristalli verbali) che i suoi versi custodissero il fiato di una bocca ignota, fossero il riflesso immateriale in cui si specchiano i segreti del mondo (la cosmogonia, la creazione intesa come un ritrarsi di Dio, ovvero il momento in cui l’eterno, ritraendosi, ha generato il tempo, con le sue gioie e i suoi dolori).

In questi cristalli verbali si ha la sensazione che lo scrittore non scriva, ma che sia scritto. O meglio, che scriva parole ricevute, parole che provengono da un altro. Non a caso Rimbaud diceva: C’est faux de dire: Je pense; on devrait dire: On me pense. Stessa cosa ribadiva Jung a proposito del pensiero primitivo: La mentalità primitiva si distingue da quella civilizzata soprattutto per il fatto che non si pensa "coscientemente", ma i pensieri semplicemente "affiorano". Il primitivo non può dire che pensa, bensì che "in lui si pensa".

Sorge a questo punto la domanda: e se la rarità odierna di queste sorprese ieratiche fosse proprio dovuta al fatto di leggere ormai solo scrittori fortemente civilizzati? Persone poco disposte a rompere con il mondo fossilizzato, con gli oggetti costituiti. Poeti poco disposti a farsi da parte e lasciare che sia l'altro a  scrivere. Eppure, come suggeriva Barthes, scrivere implica necessariamnete tacere: scrivere è in un certo modo "farsi muto come un morto", diventare uno cui non è consentita l’ultima replica; scrivere è dal primo momento offrire all’altro quest’ultima replica.

Forse, purtroppo, nel mondo civilizzato, questo tipo di scrittura non eiste più. Gli scrittori non tacciono, non ascoltano l'altro ma si mostrano costantemente propensi ad affermare la propria visione del mondo e ad esplorare la fogna dell'inconscio. Questo atteggiamento impedisce che la scrittura possa farsi eco dell’altro, possa essere giunco animato dal vento o medusa mossa dall’acqua. Infatti, solo facendo olocausto di sé e delle cose stabilite, lo scrittore può servire una realtà sconosciuta ed invisibile (rovina di ciò che egli conosce e meraviglia di ciò che ignora). Solo cercando ciò che si perde, ciò che è al di là dei propri confini, è possibile essere messaggeri dell’infinito.

Perdendosi, il poeta si scopre radunatore di miti, eco dello spirto. Dante lo sapeva bene, quando invocava: entra nel petto mio, e spira tue o quando ribadiva: Amor che ditta dentro. Stessa cosa diceva Platone, allorché affermava che per bocca dei poeti, privati del senno e della volontà, parlava la divintà. Peccato che tale scrittura sia andata scomparendo e grazie a Claribel Alegría per avermi ricordato ciò che è Poesia: la trascrizione di cristalli verbali ricevuti dal cielo, e, in assenza di questi messaggi, il silenzio.

Condividi

Correlati