Ecologia profonda

Il faut refaire la Renaissance

di Mattia Cavadini

Il pianeta sta collassando. Il surriscaldamento è tale che gli scenari più catastrofici non sono più appannaggio di fiction apocalittiche, ma realtà. Le immagini che la cronaca ci consegna sono inquietanti, dallo scioglimento dei ghiacciai agli uragani tropicali, dallo smog che attanaglia le metropoli alla devastazione della biodiversità.

Sono immagini catastrofiche che stanno iniziando a far breccia tra la gente e in seno alla politica, la quale, episodicamente, sembra avere sussulti di coscienza, votando risoluzioni ecosostenibili, come l’elettrificazione della mobilità entro 30 anni, o l’abbandono del carbone alle calende greche. 

Il problema, però, è che le politiche ecologiche non bastano e ancor meno bastano le reazioni episodiche, concresciute sulla paura. Un solo esempio: dopo Fukushima erano tutti contro il nucleare, ora che la paura va riassorbendosi, ecco che la protesta si assottiglia e la promessa di fuoriuscita s’allenta o viene procrastinata. Questa dinamica (di reazione e riassorbimento) si è registrata più volte nel corso degli ultimi quarant’anni, sia in ambito ambientale (chi, oggigiorno, ricorda più i disastri di Seveso o Schweizerhalle?) sia in ambito climatico (gli uragani Sandy e Katrina sono oggi cancellati da altri uragani, con altri nomi). Il problema è che l’euristica della paura (secondo la definizione di Hans Jonas) non basta per salvare il pianeta: così come insorge, essa viene riassorbita.

E allora cosa occorre? Il faut refaire la Renaissance ebbe a dire il filosofo Emmanuel Mournier negli anni Trenta (confrontato con una deriva diversa ma ugualmente inquietante: la propagazione dei totalitarismi). Occorre un cambiamento profondo dell’uomo, che investa il suo modo di vivere e di abitare il pianeta. E per fare questo occorre un nuovo Rinascimento, perché quello professato cinque secoli fa dall’umanesimo ha fallito. Ed ha fallito nel suo paradigma principale, ossia nell’idea di porre l’uomo al centro dell’universo (centralità attorno cui ruota il celeberrimo Discorso sul metodo di Cartesio, il quale assegna all’uomo il ruolo di padrone e possessore del mondo, e alla terra quello di macchina ad uso e consumo del genere umano). Da Cartesio ad oggi, il modo di abitare il pianeta ha subito poche trasformazioni. L’uomo, corroborato dalle conquiste (tecniche e scientifiche) e dal progresso (economico e finanziario) realizzati in cinque secoli di storia, continua infatti a pensarsi secondo gli stessi paradigmi antropocentrici e meccanicistici: artefice del proprio destino, padrone della natura, protagonista della storia, e tutto questo in completa estraneità rispetto alle infinite connessioni che lo uniscono a ciò che l’attornia.

Nel corso del Novecento, come detto, si sono levate numerose voci critiche contro questa visione dell’uomo come padrone e possessore del mondo. E si sono levate perché il paradigma antropocentrico e meccanicistico ha iniziato a mostrare le proprie falle (non ascrivibili a fattori esterni, ma tutte imputabili all'uomo stesso). Il problema ambientale costituisce probabilmente la falla più evidente del paradigma cartesiano. A denunciare questa falla fu la scienziata Rachel Carson, nel 1962. Incaricata dal presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy, di studiare cosa stesse accadendo nelle campagne americane, dove si registrava la scomparsa di lucciole, farfalle, api, rospi, cicale ed uccelli, la biologa americana, nel suo libro Primavera silenziosa, lanciò l’allarme: la devastazione della natura è opera dell’uomo che, inseguendo il mito del profitto, ha elaborato dei pesticidi che stanno annientando la biodiversità (la stessa denuncia la fece Pasolini in Italia tredici anni dopo, in un fondo sul Corriere della Sera intitolato Stanno scomparendo le lucciole).

C’è una frase, nel libro della Carson, che indica la via da seguire se vogliamo arginare le falle dell’antropocentrismo. Più che una frase è una costatazione: Stiamo perdendo la bellezza. Ecco, in questa costatazione, è custodito il metodo su cui occorre costruire il nuovo Rinascimento. Se vogliamo salvare il pianeta, salvando al contempo noi stessi, dobbiamo iniziare a concepire la terra non come un oggetto da possedere, dominare, ma (dostoevskianamente) come bellezza da custodire, rispettare e onorare. Pensare al mondo come bellezza significa uscire dalla logica dell’uso strumentale delle risorse naturali e abbracciare la logica della cura e dell’amore. Martin Buber, il più grande filosofo ebreo del Novecento, negli anni Venti fu tra i primi a dire che il mondo non dovesse essere considerato come un oggetto a disposizione dell’uomo, ma come una presenza, un essere vivente, cui dare del “tu”. Tu albero, tu fiore, tu foresta, tu mondo. Dare del tu implica un rapporto dialogico, un mettersi in relazione, e non un disporre in modo redditizio e strumentale (uso ed abuso).

Refaire la Renaissance significa allora instaurare un rapporto con la terra che ricorda quello espresso nel Cantico delle creature da San Francesco (e ripreso, recentemente, da Papa Francesco, che sta cercando con tutte le forze di reinserire Cristo nella creazione). Il sole, la luna, l’acqua, i fiori e le erbe non sono enti a disposizione dell’uomo, ma realtà con cui dobbiamo imparare a dialogare, in un rapporto di fraternità cosmica. Fraternità che può funzionare solo se si è disposti a mettere da parte il proprio io e i propri interessi, favorendo lo scambio, il dialogo e la relazione con gli altri enti. E c’è solo un modo per favorire questo dialogo cosmico, un modo che il Levitico 19, 18 condensa nella massima: Ama il prossimo tuo come te stesso. Dove il prossimo può appartenere a qualsiasi sfera: da quella umana a quella animale, da quella vegetale a quella minerale, da quella cosmica a quella divina.

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