Pablo Picasso, Natura morta con testa antica, part., 1925
Pablo Picasso, Natura morta con testa antica, part., 1925

Il fascino discreto del fascismo

La tentazione gattopardesca di non cambiare mai

Nel 1996 Abraham Yehoshua pubblicò un saggio che si intitolava: Ebreo, israeliano, sionista: concetti da precisare. Oggi andrebbe tentata un’impresa simile sul versante di quella panoplia di concetti che direttamente o indirettamente afferiscono al fascismo: dittatura, autoritarismo, illiberalismo, populismo, xenofobia, razzismo, democrazia autoritaria e via elencando. Senza dubbio concetti da precisare e soprattutto da ripensare.

Se è infatti discutibile che a fronte dei fenomeni degli ultimi anni un «fascistometro» alla maniera di Michela Murgia possa indicarci qualcosa di davvero rilevante su quanto sta accadendo, è indubbio che qualcosa sta accadendo. E se l’esortazione del sociologo Domenico De Masi ad associare l’atmosfera «salviniana» a quella dell’Italia del 1919 può suonare allarmistica, non c’è dubbio che un allarme deve essere avvertito.

Dal linguaggio palesemente destrorso agli slogan pre e post-elettorali di natura «protezionistica», dalla narrativa «patriottica», quando non dichiaratamente «xenofoba», ai decreti-legge discriminatori verso i più deboli, dall’utilizzo di ruspe per sgombrare gli «irregolari» ai tentativi di «bavaglio» nei confronti della stampa, e a molto altro ancora, è evidente che almeno qualche «zefiro» di carattere fascista – come li chiamava Antonio Tabucchi ricordando il suo Pereira – ha cominciato a soffiare per l’Italia e per l’Europa. E tacitare come «allarmistico» chi a tali refoli voglia associare scenari di recente e conclamata «antidemocraticità» – per non dire di dittatura – equivale a tacitare, oltre alla coscienza civica, la memoria storica.

Ciò detto non nascondiamoci dietro un dito: la «novità» salviniana – e persino la «novità» e il fin troppo propagandato «cambiamento» pentastellato – non sono in assoluto né «novità» né «cambiamenti». Come ricordava Eugenio Scalfari in un suo incontro con Umberto Eco – che nel suo Numero zero anticipava tale clima «illiberale» – «gli italiani sono sempre stati di destra e la sinistra italiana è sempre stata all’opposizione». Quindi sbalordirsi che gli italiani indichino in un neo-caudillo il loro lider maximo non ha alcunché di sorprendente.

Cento anni sono appena scoccati da Caporetto: da lì in poi è storia nota. Il Ventennio mussoliniano è archetipo e matrice – pur nella discontinuità dei suoi risultati negativi (pensiamo a figure di prima eccellenza come Giovanni Gentile) – di quel che va inteso come fascismo e dittatura. Il «doppio ventennio» (mi si passi la forzatura) democristiano fu stigmatizzato da alcuni – non da ultimo da Pier Paolo Pasolini – come prevalentemente «clerico-fascista», persino con alcune punteggiature «mafiose» (Giulio Andreotti fu riconosciuto colpevole per mafia e poi prescritto – non assolto – fino al 1980). Il «ventennio populista» (come l’ha definito Paolo Flores d’Arcais), di marca craxiana e poi berlusconiana, sappiamo in quali pantani si è concluso: nella vicenda «Manipulite» dapprima e in quello che taluni hanno chiamato un «colpo di Stato» di Mario Monti nel secondo.

Dopodiché siamo ai nostri giorni. Dalle «fanculeidi» grilline all’«italocentrismo» salviniano, siamo approdati a un nuovo condensato di Law and Order che con ogni evidenza di sinistra non ha nemmeno le sembianze. Anzi, la cui «peggiore» sembianza è semmai pretendersi estraneo tanto al partitismo che alle gloriose tradizioni politiche di un tempo: ammiccando a quel «populismo» che è in realtà una «popolocrazia» (Ilvo Diamanti) in cui il popolo diventa un referente («non esistendo il popolo, ma le richieste dei singoli gruppi sociali» stando a Massimo Cacciari) che si configura soltanto come gregge prono alla paura e alle redenzioni fai-da-te.

Quindi rassegniamoci. Azzerata la memoria storica grazie a una analfabetizzazione progressiva e totalizzante («i giovani di oggi conoscono solo 600 parole, fino a cinque anni fa ne conoscevano 4000» ci avverte Umberto Galimberti) il «fascismo» ha gioco facile a ritrovare i suoi adepti: una stragrande maggioranza di popolazione o di «popolo» a cui ha sempre fatto più paura il «negro» del «nero».

Perché il «nero» gli assomiglia? Più di quanto gli assomigli il «negro»? Certo: tertium non datur. In questa centennale e gattopardesca immutabilità dell’istinto plebeo l’Italia è sempre assomigliata a se stessa.

Vedi anche l'approfondimento Il ritorno dei populismi.

Marco Alloni
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