Cesare Ottaviano Augusto
Cesare Ottaviano Augusto

Il pericolo delle disuguaglianze

Nei momenti di caos vince sempre il partito dell'ordine

di Roberto Antonini

Le profonde trasformazioni del mondo del lavoro aprono scenari inediti nell’era della globalizzazione. L’automazione elimina occupazione ma è anche strumento di emancipazione. Insomma la rivolta luddista del 1779 e gli interrogativi che pone rimangono validi: le macchine sono causa di disoccupazione - ma non sempre- e ci consentono a lungo termine una qualità di vita migliore. Ogni passo in avanti nella storia della tecnologia comporta effetti secondari. Il tema è dunque attuale e non lo scioglieremo di certo in un corsivo o in un dibattito, anche se le previsioni dell’OCSE non lasciano molto spazio all’ottimismo: l’automazione toglierà lavoro nei prossimi anni.

Ciò che è certo, è che la crescita delle disuguaglianze, netta e quasi inarrestabile è un fattore negativo da tutti i punti di vista. Umanamente, ovvio. Ma anche economicamente e socialmente. In un libro divenuto sorprendentemente un best seller, Il capitale nel XXI secolo il francese Thomas Piketty attribuiva alla maggior rendita del capitale rispetto al lavoro il male del secolo: l’esplosione delle disuguaglianze. In altre parole: per vivere bene meglio avere un capitale in banca che lavorare. Lawrence Summers, professore a Harvard ed ex segretario al tesoro americano (dunque non un “pericoloso comunista”), ci dice che le disuguaglianze compromettono l’economia e la stabilità sociale.

Inutile qui ricordare le cifre spaventose del crescente baratro sociale. Non passa giorno che non se ne pubblichino di nuove. Più utile forse sintetizzare il senso dei lavori di Edward Watts, storico dell’Università della California. Nel suo libro, Mortal Republic: how Rome fell in to tyranny, cioè “Repubblica mortale, come Roma finì nella tirannia”, Watts ci racconta come la Repubblica Romana passò dai successi al tramonto per sfociare nella tirannia dell’impero. In sostanza i suoi tre pilastri, senato, magistrati e assemblea del popolo, che consentivano equilibrio basato sul compromesso e una forte capacità di integrare le popolazioni delle aree conquistate, furono minati dal processo di accumulazione della ricchezza da parte dell’aristocrazia. Come scrive nella sua recensione il quotidiano Le Monde, questa élite fece di tutto per bloccare le riforme che le avrebbero tolto potere. Significativa al riguardo fu la fallita riforma agraria dei Gracchi, siamo nel II sec a.C, che mirava a una ridistribuzione delle terre e della ricchezza. Tiberio Gracco e soprattutto Gaio Gracco tentarono di porre rimedio alla crisi economico-sociale per far fronte all’impoverimento dei piccoli e medi proprietari terrieri. Il tentativo terminò nel sangue, con l’uccisione dei due fratelli. Roma finì progressivamente nel caos.

In queste situazioni la storia ci insegna che vince sempre il partito dell’ordine. Ai tempi possiamo dire che questo partito fu incarnato da Cesare Ottaviano Augusto, il primo imperatore romano. Con lui, nel 27 a.C finì la Repubblica, uccisa, ci dice dunque Edward Watts, dalle disuguaglianze sociali. Tutto questo dunque molto prima della rivoluzione francese.

La storia non si ripete mai esattamente, ovvio. Eppure il passato dovrebbe per lo meno insegnarci che i sistemi politici democratici sono fragili, soprattutto quando ignorano che la democrazia formale non basta e che il sentimento di ingiustizia può a lungo termine segnare il loro tramonto.

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