Giorgio Morandi
Giorgio Morandi

Il tempo non esiste

Un viaggio a cavallo tra fisica quantistica e mistica monistica

di Mattia Cavadini

Il tempo non esiste. A farlo esistere siamo noi esseri umani. Fuori di noi, esso non ha alcun valore. A dirlo, questa volta, non è un mistico (alla Eckhart) o un filosofo esistenzialista (alla Heidegger), ma qualcuno che viene dal mondo scientifico, Carlo Rovelli, già noto per il suo bestseller Sette brevi lezioni di fisica, lezioni che hanno avuto il merito di spiegare in modo semplice e partecipe la fisica quantistica. Nel libro L'ordine del tempo, Rovelli spiega come la variabile del tempo, così saldamente presente nelle formule della fisica classica, sia andata vieppiù sparendo, tanto che oggi appare come la grande assente dalle formule che definiscono il funzionamento dell’universo (secondo la teoria moderna e quantistica). Insomma, sostiene Rovelli, non c’è nessun grande orologio che batte il tempo. La riprova è che in montagna esso scorre più veloce che in pianura, che per le cose che si muovono esso passa più lento che per quelle che stanno ferme. E poi non è nemmeno vero che sia lineare. Non procede dal passato al futuro, ma si ferma, riparte, muore e poi ritorna.

L'immagine che emerge è quella di una danza anarchica (e al contempo interrelata) delle cose, senza un tempo “oggettivo”, “assoluto”. In questa danza ci siamo anche noi, esseri umani che si concepiscono e si pensano attraverso la nozione del tempo, nonostante questa nozione, ad un livello più grande, non sussista. Scrive Rovelli: «Siamo parte di una rete che va molto al di là dei pochi giorni della nostra vita e dei pochi metri quadrati dove muoviamo i nostri passi». L’idea della rete, portata alla ribalta dalla fisica quantistica, ha dei parallelismi con il Pratītyasamutpāda buddhista (che afferma la non esistenza indipendente dei fenomeni, bensì la loro esistenza interrelata) o con l’advaita Vedānta (che indica un sistema monistico ed indivisibile in cui non si dà alcuna antitesi, alcun dualismo) tanto che a tratti, leggendo Rovelli, sembra di leggere un trattato di filosofia orientale. Come quando afferma che i grani elementari che formano la realtà si mescolano in un «interagire reciproco dove i quanti si attualizzano nell’atto stesso di interagire, rispetto a ciò con cui interagiscono».

Terminato il libro di Rovelli, si esce con una certezza e un interrogativo. La certezza è che, come già diceva Heidegger, il tempo si temporalizza solo nella misura in cui ci sono esseri umani. In altre parole, la certezza è che il tempo sta tutto e solo nella mente umana: non è reale, ma cerebrale. L'interrogativo è invece il seguente: se il tempo non esiste, perché incide in maniera così profonda sull’esistenza degli uomini, determinandone le emozioni, l’identità e il dolore? La risposta ci riporta a bomba, come un cane che si morde la coda: il tempo incide sull’esistenza degli uomini, perché il tempo siamo noi: noi siamo memoria, siamo nostalgia e siamo anelito verso il futuro. Ciò che Rovelli non dice è come e se sia possibile spezzare questa viziosità, come uscire insomma dalla dimensione del tempo.

Se l’esser-ci, come è stato dimostrato dalla filosofia e dalla fisica, è tempo, per uscire dal tempo, secondo proprietà transitiva, occorre uscire dall'essere. Questo percorso è stato descritto a più riprese dalle grandi tradizioni sapienziali d'Oriente e d'Occidente. C'è chi ha usato il termine di abbandono (in particolare la mistica cristiana, da Eckhart a Silesius sino a Jean-Pierre de Caussade), chi quello di distacco e Satori (il Buddhismo Zen), chi quello di rinuncia (il samnyāsa induista), chi quello di fanā (il sufismo, ovvero la corrente mistica dell'Islam) chi quello di cancellazione dell'io e della non-azione (il Taoismo).

Indipendentemente dalla terminologia utilizzata, questo percorso definisce la necessità di sospendere e obliterare l'io psichico, detto anche piccolo io, o ego. L'io psichico, infatti, è ciò che determina il nostro percepirci e il nostro esistere secondo le logiche della temporalità, ostacolando l'irruzione dell'eterno (la sola realtà che sussiste). Superato questo ostacolo, ecco che ogni distinzione cade: il tempo non è più opposto all'eterno, l'essere non è più opposto al non-essere, l'individuo non è più opposto a Dio: tutto è uno nell'Uno, indistintamente. Ogni distinzione, infatti, non è che il frutto del processo dis-criminante del piccolo io. Fuori dell'io, enti e Tutto si coappartengono, il Tempo è permeato dall’eterno, l’essere umano è attraversato da Dio (da intendersi non come Ente Creatore, che ci guarda e sorveglia dall’alto, ma come spirito increato, luce eterna che tutto pervade e che ci abita nel profondo: Sì, questa luce da oltre il firmamento / che brilla al di là da tutto / al di là dei mondi più alti / sì, questa luce è la stessa che brilla / nel cuore dell’uomo; Chāndogya Upanisad III, 13, 7).

Il problema, a questo punto, è che, una volta superato l'io, non c'è più nemmeno un linguaggio (sia esso scientifico o letterario) con cui rendere conto di questa sola realtà. L'unica possibilità è quella di procedere per brevi illuminazioni, come quelle scritte da Angelo Silesius, il maggiore poeta mistico tedesco, nella sua raccolta di distici intitolata Il pellegrino cherubico:

Uomo, se proietti il tuo spirito oltre spazio e tempo
in ogni istante puoi essere nell’eternità (I, 12).

Eternità son io stesso, quando abbandono il tempo
e me in Dio e Dio in me raccolgo (I, 13).

Tempo è come eternità, eternità come tempo,
se non sei proprio tu a fare la differenza (I, 47).

Sei tu a fare il tempo! Son i sensi le sfere dell’orologio:
arresta il bilanciere, e il tempo non c’è più (I, 189).

Prima ancora che io fossi, ero Dio in Dio
e ancora posso esserlo, se son morto a me stesso (V, 233).

Quando mi perdo in Dio giungo di nuovo là
dove prima di me fui dall’eternità (V, 332).

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