In bilico fra militanza e disincanto

La letteratura come contestazione in sé

La frase riportata nel sottotitolo non è del sottoscritto: è di Hans Magnus Enzensberger. E a più riprese mi sono trovato a evocarla per ribadire in quale senso possa ancora essere spendibile un atteggiamento militante in un mondo in cui la militanza sembra scivolata a passi di gatto fuori dalle preoccupazioni di gran parte della letteratura e dell’editoria. 

In buona sostanza mi ritrovo a pronunciarla – più o meno pateticamente – ogni volta che mi torna al pensiero, insieme a Enzensberger, la «prassi trasformativa» su cui tanto si affannò Gramsci nella sua breve vita. E che forse, intesa come generica praxis, designa alla radice lo spirito con cui Marx si ripromise di migliorare il mondo. 

Accanto a Marx, Gramsci ed Enzensberger, si schiera poi quasi naturaliter Max Weber e il suo appello alla cosiddetta etica della responsabilità, formandosi in questo modo una sorta di drappello di pionieri – rimpolpato da «eredi» quali Pasolini e molti altri – di quella che potremmo definire la Scuola degli Impegnati.

Non è qui la sede per individuare le numerose differenze che caratterizzano fronti (spesso opposti) di autori e intellettuali che pure si professano analogamente engagés. Né vale la pena rimarcare che i maggiori scontri dialettici del Novecento videro contrapposti tra loro proprio pensatori analogamente impegnati. 

Ma il punto è adesso un altro: esiste ancora, esiste in forme comparabili a quelle a cui abbiamo assistito in passato, un lavoro intellettuale che possa o sappia prestarsi all’imperativo della «prassi trasformativa»? O l’intervento intellettuale sulla realtà, sui destini del mondo, sulla sua progressiva resa agli spropositi della Tecnica, incontra oggi ostacoli che non si erano mai osservati in precedenza?

Se lo chiedono in molti, a partire dai cosiddetti «risentiti ed esiliati», fra cui umilmente mi annovero. Ovvero quanti, nel percepire la propria impotenza storica, si chiedono se stiano pagandola per eccesso di idealismo o difetto di disincanto. E se offrirsi al disincanto sia il più saggio degli approdi o viceversa una deliberata resa al disimpegno.

Leggo in una pagina di Cristina Campo: «Sprezzatura è una briosa, gentile impenetrabilità all’altrui violenza e bassezza, un’accettazione impassibile di situazioni immodificabili che essa tranquillamente statuisce come non esistenti». Frase memorabile, che richiama l’ascesi e un certo misticismo, e che il mio corsivizzato situazioni immodificabili rimanda al più sublime degli atteggiamenti di un certo buddhismo e di un certo induismo vedico: la grazia inarrivabile della passività. Ovvero la «sprezzatura» dell’altrui «bassezza» nel segno di quella che potremmo chiamare l’inesorabilità cosmica. 

L’ottica della Scuola degli Impegnati rigetterebbe naturalmente questa «etica della rassegnazione sublime» come contraria ai propri imperativi. E forse non esiterebbe a considerare tali vette di coscienza (e di abbandono) un colpevole sconfinamento dal disincanto al disimpegno. Ma forse si porrebbe anche un interrogativo più radicale: e se l’estrema militanza non fosse che questo impegnativo «sprezzo» di qualunque affermazione di sé? Ovvero, detto in termini meno teorici: e se pretendere di cambiare il mondo non fosse che un misero retaggio dell’egocentrismo che attanaglia mondo che si vuole trasformare?

Sono domande che investono mille dimensioni, prime fra tutte la nostra cultura occidentale, che gli sconfitti dalla Storia ha sempre chiamato «vittime» o «maledetti», «ostracizzati» o (per ricordare Dante) «esiliati». Ma che forse – se osassimo uno sguardo minimamente più orientale – potremmo chiamare, insieme a Kerouac, vagabondi del Dharma. Cioè uomini e donne a cui l’idea di primeggiare non importa più, la preoccupazione di una collocazione stabile nel mondo, di una propria preminenza, non offre più alcuna quiete né un briciolo di felicità. Uomini e donne a cui la terra d’elezione appare simile a un deserto o a una periferia, a un esilio nirvanico o semplicemente al prodigioso concerto del silenzio quando abbraccia in sé tutti allo stesso modo, letterati «risentiti ed esiliati» inclusi.

Marco Alloni
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