(Oggettistica di Alessandro Mendini)

L'era in cui le cose si credono persone

Il boom degli oggetti antropomorfi, per sentirsi meno soli

di Paolo Taggi

Non è mai troppo tardi per trasformare un sortilegio in incantesimo. Basta affidarlo ai designers. O agli imagineers, come amano definirsi gli architetti-sognatori che inventano e realizzano i Parchi Tematici nel mondo.
Come gli alberi dei Parchi Tematici oggi qualunque oggetto di casa (un armadio, il frigorifero, la cappa della cucina) può farci l'occhiolino, grazie a due grandi occhi elettronici in plastica, che si possono ordinare via Internet e in pochi giorni arrivano dal Giappone. Tra gli accessori anche lacrime e occhiaie, da aggiungere ai bulbi oculari, che sei batterie "animano" con tanto di movimento ciliare.
Lo scambio è avvenuto sotto gli occhi -è il caso di dirlo- di tutti, per questo non se n'è accorto nessuno. Il mistero è figlio del buio. Prima che cadesse l'ultimo petalo della rosa, come ne La Bella e la Bestia versione Disney, gli oggetti di uso quotidiano sono diventati umani.

Il processo è iniziato tempo fa. Proprio uno studioso giapponese di robotica, Masahiro Mori, aveva teorizzato nel 1970 che una certa somiglianza con l'uomo produce familiarità. L'eccessivo invece realismo inquieta. Infatti i primi oggetti antropomorfi (la poltrona Up 5 di Gaetano Pesce, il cavatappi Anna G di Alessandro Medini) alludevano soltanto latamente all'essere umano. Così come i nani sgabello o tavolino di Philippe Starck per Kartell (Attila, Napoleon e Saint Esprit) i quali giocavano a fingersi umani.
L'ultima conferma è venuta dal Salone del Mobile e del Design di Milano. Mai così affollato. Mai così capace di suscitare ammirazione, stupore, sospensione innocente e colpevole sospensione dell'incredulità di fronte a immagini realizzate con una definizione mai vista, proiettate su gocce di pioggia.
Un salone costruito in modo ascendente, con un fuoco pirotecnico finale di ristoranti, in cui i piatti si fabbricano contemporaneamente alla preparazione della portata, e dove si possono liberare le proprie impronte digitali nell'acqua, guardandole fluttuare come pesci rossi in piscine luminose. Del resto, anche nel cartoon, La Bella e la Bestia i cucchiai fanno nuoto sincronizzato. Con una differenza fondamentale: nel film gli oggetti (un tempo abitanti del Castello) aspettano di "ridiventare" essere umani: il candelabro con candela dagli occhi sgranati partecipa, soffre, ride, si scambia cenni d'intesa con il pendolo. La teiera e la tazzina cantano a squarciagola, i piatti si lanciano dalla credenza su di un tavolo-palcoscenico. Tutti insieme cantano siamo pigri ma con te diventiamo tigri.

La chiamano la profondità delle apparenze. L’azienda PiattoUnico realizza ceramiche ispirate a immagini senza tempo con proverbi, versi e citazioni raccolte su libri e riviste introvabili. La Colazione da Tiffany diventa collezione Tiffany&Co. E così chiunque può permettersi almeno una cannuccia, un bicchiere di carta, una tazzina bianca e acquamarina o un salvadanaio con la celebre griffe. Frattanto, i pasticceri chiedono aiuto ai designer per realizzare nuovi bigné o cupolette di cioccolato che si proiettano nel futuro.
Nelle case interconnesse, robotizzate, virtuali, dove le pareti e i pavimenti sono animati (Sony Hiddens Sense) e le televisioni scompaiono quando vengono spente, mimetizzandosi con la parete di fondo, gli oggetti tendono ad assumere caratteristiche umane per portare calore e sentimento nelle famiglie patchwork (che un tempo si definivano semplicemente 'allargate'). In questo universo fantastico, che per ora vive soprattutto nei cataloghi, sulle riviste di tendenza, nelle vetrine di negozi dove non entreremo mai, tutte le regole si possono reinventare. In fondo, non si sfida il possibile, ma l'impossibile. La tecnologia si nasconde per far posto alla magia.
Niente più cavi, nelle case, ma informazioni con luci, colori e suoni. La luce espressiva interagirà con la nostra vita. Già ora una growing lamp (di Artemide) nutre la natura e fa crescere meglio le piante. Una semplice lampadina può credersi un bellissimo lampadario, di cui proietta l'ombra sulla parete. In Meridiana, il cavo di alimentazione si confonde con l'ombra stessa: senza di essa, non ci sarebbe la luce. O viceversa?
Per salvare la dimensione spirituale degli interni (in un futuro tecnologico e immateriale) il design ha delegato agli oggetti (resi persona) il compito di salvare i sentimenti che appartenevano agli uomini, completando il trionfo dell'emozione sulla funzione.

(Barbie in stile Frida)

Il corpo magrissimo e anticipatore di Barbie abbandona lo sguardo inafferrabile, astratto di sempre, per assumere le sembianze di nuove icone femminili: Frida Kahlo, Misty Copeland  (prima étoile di colore del mondo della danza) e Nicole Adams, campionessa di pugilato. Grazie a forme antropomorfe, gli oggetti assumono un carattere, una personalità. Il vaso Abissina di Alessandro Mendini indossa grandi orecchini d'argento: ha un viso altero, arcaico e tribale e occhi impenetrabili, che guardano troppo lontano. Sulle macchine per il caffè domestico Lavazza spuntano profili femminili e rossetti. Ricordano gli omini disegnati dai bambini le lampade Mr. Wattson.
 

(lampada Mr. Wattson by Piffany)

In contrasto con la pesantezza del quotidiano, gli oggetti antropomorfi interpretano le nuove utopie light (Lipovetski). Miniaturizzare, connettere, smaterializzare sono i verbi principali della grammatica della leggerezza, con le bevande detox, gli sport "scivolati", la lentezza, lo zen, le tecniche di rilassamento, i nanomateriali, gli oggetti nomadi come la nuova poltrona di Etro che di nomade ha, per definizione dei suoi creatori, la vocazione.
La leggerezza è un valore, ma anche un imperativo. L'aggettivo petaloso ha conosciuto una escalation velocissima e breve. Era una parola dalle linee arrotondate, senza spigoli, come le forme degli anni '60. Il bambino che l'ha usato in un tema magari si è ispirato al divano comodoso dove passava le ore alla playstation quando gli è uscita dalla penna una parola che il padre (che di cognome fa, guarda caso, Trovò) non è riuscito a brevettare, perdendo una fortuna.
È un mondo in cui l'unica novità possibile passa attraverso l’uso di aggettivi a trazione interiore attribuiti alle cose. Aggettivi inaspettati. Aggettivi manifesto. Che suscitano un effetto sorpresa quando vengono associati a qualcosa di imprevisto. Come il vino turchino nelle poesie delle scuole americane. Nascono così gli aggettivi antropomorfi. O, per coniare un neologismo: “oggettivi antropomorfi”. Il tentativo è quello di descrivere le sensazioni che dovrebbero produrre nei loro destinatari: auto dal design angelico, temperamento ribelle e fascino diabolico. Belle e dannate. O cattive. Cellulari esibizionisti, verdure sottaceto giocose, macchine fotografiche sempre più  intuitive. Un tempo si era golosi di un gelato, oggi è il gelato ad essere goloso. La luce affettuosa, un orologio di prestigio più ambizioso di altri. I nuovi tavoli di Bellini (8 otto compassi d'oro) sono guizzanti. Le falde inclinate hanno muscoli tesi e pronti a balzare.
Gli aggettivi antropomorfi sono i cuscinetti a sfera delle cose più semplici. Addolciscono l'immaginazione (un'impresa che Aldous Huxley ne Il Mondo nuovo considerava titanica). Ci seducono attraverso le personalità che vorremmo avere. Vanno oltre la forma. Diventano il noi che non siamo e non possiamo più essere.

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