Scrittori suicidi

I ritratti “fatali” di Susanna Schimperna

Molti ricorderanno la famosa perplessità di Camus, la sua celebre “domanda fondamentale”: perché vivere invece di morire? Ovvero, nella crudezza dei grandi spiriti, il suo invito a chiedersi: perché non suicidarsi?

Il tema è immenso e investe non soltanto la filosofia ma moltissimi altri ambiti: la teologia, la religione, la psicologia e via elencando. Bene ha dunque fatto Susanna Schimperna nel suo L’ultima pagina a non avventurarsi in un’indagine “ontologica” del problema, a scandagliare caso per caso le “morti volontarie” di 25 scrittori del nostro tempo. Questo infatti ci interessa: cogliere nell'immediatezza delle singole vite l’assoluta incomparabilità tra suicidio e suicidio.

Si rischia in questo modo di sottovalutare il problema, di subordinarlo a una logica cumulativa? Al contrario, si allarga l’area del nostro intendimento evitando l’azzardo di ricondurre il “suicidio letterario” a un paradigma o a uno stereotipo. D’altra parte se è ridicolo domandarsi “Cosa accomuna la vita degli scrittori?” dovrebbe essere altrettanto ridicolo domandarsi “Cosa accomuna la morte degli scrittori?”

A ogni vita il suo codice e a ogni suicidio la sua peculiarità.

 

Detto questo, la tentazione di svelare i grandi arcani che accompagnano i suicidi illustri è quasi una risultante inevitabile della lettura dell’Ultima pagina. Al punto che al termine dello scandaglio almeno una conclusione viene naturale esprimerla: il suicidio è quasi sempre una tragica e conclusiva rappresentazione di sé. O per meglio dire: è la forma compiuta di ciò che una vita pretendeva di essere e non può ormai più esprimere se non nella morte.

Nel rammentare la vita nelle sue ambizioni più intime, molti ritratti proposti nel libro rammentano difatti che morire di propria mano non sempre può o deve essere inteso come un atto contrario all’esistenza: bensì come la sua paradossale espressione terminale, il suo più coerente e ineluttabile compimento, quasi la sua sublimazione.

Yukio Mishima “si uccide secondo l’antico rito seppuku dei samurai, trafiggendosi il ventre e facendosi poi decapitare da uno dei suoi fidati”. Antonia Pozzi “a soli ventisei anni saluta il mondo sdraiata sulla neve con gli occhi fissi al cielo”. David Foster Wallace, che nella vita trova ormai “un terrore molto peggiore” di quello a cui è soggetto chi si getta da un palazzo, si uccide per eccesso di disillusione. Hemingway lancia il suo “vitalismo” oltre i confini della vita ammazzandosi perché ormai impossibilitato a scrivere. E così Antonin Artaud, Cesare Pavese, molti altri che violano il “tabù” del suicidio accogliendo come una liberazione il più radicale dei congedi.

 

Come una liberazione? Forse nemmeno questo è un modo esaustivo di raccontare il suicidio. Forse il suicidio è stato per alcuni di costoro anche e soprattutto il più angoscioso e avito dei “viaggi”. Forse dietro la voluttà suicidale alligna anche una morbosa incapacità di frenare l’ansia di riconoscere “altrove”, nel più estremo degli orizzonti, un’alterità: la stessa che ha generato l’ansia di scrivere.

Forse, però. Poiché appunto nella molteplicità delle ragioni è la molteplicità degli interrogativi che accompagnano il lettore. Come è giusto che sia quando si parla di letterati e non di altri.

In effetti una scommessa estrema vibra nella vita degli scrittori già prima della risoluzione di interromperla: la ricerca dell'assoluto. Una scommessa che molto spesso coincide con la scoperta che l’assoluto è nell’assurdo. Cioran si uccise fin da quando ebbe coscienza dell’assurdità di essere nato: la sua morte carnale fu solo un epilogo. Morselli aveva cercato nei romanzi (sempre rifiutati) la cifra del riconoscimento sociale, al punto che il suo Dissipatio H.G. abdicava all’illusione come un testamento. Virginia Woolf aveva trasferito una certa follia del pensiero fin dentro il proprio organismo, al punto da lasciarsene divorare. Così, di autrice in autrice, di autore in autore, scopriamo che il filo indissolubile che unisce vita a morte, sopravvivenza a suicidio, è costituito della stessa materia della letteratura: un gioco ardimentoso e pericolosissimo con il senso delle cose.

Marco Alloni
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