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Una triste emergenza

5 considerazioni a margine

1. Il virus era in un pipistrello. Modi barbari di alimentazione e di allevamento ne hanno favorito il salto di specie (per chi volesse approfondire, in questo video c'è tutto). Per cui, prima considerazione: dobbiamo rivedere i nostri consumi e le nostre modalità di saccheggio della natura. Distruggere ambienti ad alto tasso di biodiversità per impiantare coltivazioni intensive, per installare allevamenti verticali, per ampliare megalopoli genera disequilibri letali per la specie umana e per l’ecosistema. La tutela della biodiversità (che è garanzia dell’equilibrio fra le specie viventi e i loro patogeni), la promozione di allevamenti e coltivazioni biologiche ed eco-sostenibili, la dismissione delle produzioni intensive, la riformulazione della dieta quotidiana sono elementi imprescindibili per un salto evolutivo. Salto che non avverrà mai, nemmeno dopo l’emergenza. Tristezza.

2. L’emergenza ci insegna che siamo un solo corpo: le azioni che mette in atto una singola persona incidono sulla collettività e sull’ecosistema. E ci insegna anche che la concentrazione del capitale, della produzione e della popolazione in megalopoli ad alto impatto ambientale determina realtà potenzialmente esplosive e altamente vulnerabili. Una rete di villaggi  eco-solidali, ognuno costruito su un equilibrio produttivo e creativo, con scambi ridotti al necessario, sarebbe il modello più sostenibile, il solo in grado di determinare uno sviluppo organico del territorio. Altro che concentrazione produttiva (che è l’altra faccia, quella più oscura, della globalizzazione), altro che massimizzazione del profitto, altro che apologia dell’utile. Purtroppo, però, questa rete di villaggi eco-solidali non vedrà mai la luce, nemmeno dopo l’emergenza. Tristezza.

3. L’emergenza ci insegna che la scienza è sempre in ritardo rispetto all’imprevedibilità della natura. L’unica cosa che la scienza può fare, durante l’emergenza, è ipotizzare cure;  prefigurare comportamenti. A posteriori, sicuramente, arriverà ad elaborare un farmaco, un vaccino. Nel mentre, però, non le resta che analizzare i numeri e attenersi alla nuda realtà delle cifre. Durante l’emergenza resta solo la matematica, e la prescrizione di cure d’altri tempi: quarantena, lazzaretto, distanza. E così scopriamo che la cura, di fronte all’imprevedibile, non sta nella scienza, tantomeno in Dio, ma nell’etica. Diceva Bernanos, scrittore credente, le mani di Dio sono le nostre mani. Siamo noi, che dobbiamo farci carico della nostra sopravvivenza, con assunzione di responsabilità. Responsabilità che fatica a fare breccia e che sarà disdetta non appena l’emergenza sarà passata. Tristezza.

4. L’ emergenza, fa paura dirlo, ci insegna che, nell’assenza di un’etica comune e nel deserto di esseri illuminati, la forma di governo della democrazia è meno preferibile rispetto ad uno stato di polizia. Tristezza.

5. L’emergenza, infine, ci insegna che è possibile una conversione al telelavoro nella misura perlomeno del 30-40%. Questa conversione libererebbe le strade dalla congestione e l’aria dall’inquinamento. Se solo si attuasse questa conversione, non sarebbe necessario costruire costantemente nuove strade e gallerie, spendendo miliardi e agevolando un uso sconsiderato della mobilità su gomma.  Inoltre libererebbe spazi, uffici, favorendo un contenimento della furia edilizia. Anche questa conversione, c’è da scommetterci, non avverrà mai, e finita l’emergenza si prospetteranno nuovi piani dei trasporti e nuovi sviluppi edilizi, grandi opere. Tristezza. Grande tristezza.

Mattia Cavadini
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