Letteratura

“La figlia prodiga” di Alice Ceresa

I travestimenti di un romanzo femminista

  • 9 febbraio, 07:25
  • 9 febbraio, 13:42
Alice Ceresa

Alice Ceresa

  • Keystone
Di: Francesca Rodesino

Enigmatica e spaesante, l’opera prima di Alice Ceresa viene pubblicata nel 1967 da Einaudi, con una copertina di un color magenta acceso, affatto misterioso, una copertina «vivacissima e, come si deve, un poco velenosa», dirà la stessa autrice. Il romanzo, intitolato La figlia prodiga, con un ribaltamento di genere che strania e sovverte la parabola evangelica, esce come primo numero della serie italiana della collana sperimentale “La ricerca letteraria”, lasciando tutte e tutti a bocca aperta, tra reazioni di sgomento e meraviglia. Vincerà la meraviglia visto che il romanzo di Alice Ceresa verrà insignito del Premio Viareggio Opera Prima. 

A colloquio con Alice Ceresa

RSI Shared Content DME 17.03.2020, 09:00

Alice Ceresa era nata a Basilea nel 1923, ma l’adolescenza l’aveva vissuta tra Bellinzona e Cama, luoghi d’origine del padre, che tentò molte volte di ostacolare la vocazione letteraria della figlia, senza riuscirci. Nel 1943, la giovane Ceresa partì infatti per Zurigo, piena di progetti e speranze. Qui conobbe scrittori e artisti legati ai circoli del fuoriuscitismo italiano, fra cui Ignazio Silone e Franco Fortini, che la invitarono a prendere la rotta per l’Italia, al fine di realizzare il suo desiderio di scrivere in lingua italiana. Ceresa si trasferì prima a Milano e poi a Roma, dove, a partire dal 1950, prese fissa dimora, diventando l’autrice femminista, unica e singolare, che oggi conosciamo.

La figlia prodiga è un romanzo difficile da incasellare, perché tenta tutti i travestimenti possibili, primo fra tutti quello del trattato. L’opera è infatti organizzata in una complessa struttura suddivisa in capitoli e sotto capitoli, all’interno della quale si fa strada una lunga catena di congetture, ipotesi, deduzioni, corollari, dove espressioni come «senonché», «a ragion veduta», «acciocché» si aggregano in forma labirintica ed esondante. A prendere forma è un testo anomalo, che più si gonfia e più smarrisce il proprio senso. Responsabile di questo disorientamento è una voce borbottante e insistente, che per tutte le pagine dell’opera discetta sconclusionatamente sulle condizioni che fanno di una figlia una figlia prodiga. Se il travestimento trattatistico non bastasse a disintegrare le apparenze di romanzo, Ceresa ha apparecchiato un secondo gioco di prestigio. Le frasi de La figlia prodiga, infatti, invece di disporsi sulla pagina secondo la tradizionale impaginazione di un testo in prosa, seguono un andamento sfrangiato, che ricorda i versetti di una poesia. Un trompe-d’oeil in cui tra l’altro era caduto anche il tipografo einaudiano, che aveva inizialmente scambiato questo romanzo per un testo di poesia sperimentale. Ad ogni modo, questa inusuale scansione delle frasi, dovuta alla presenza d’innumerevoli e irregolari ‘a capo’, intrappola chi legge in un ritmo forzatamente lento e dissonante, che disinnesca le abitudini di lettura.

L’ibridismo de La figlia prodiga è sicuramente da leggersi alla luce delle ondate sperimentali che si stavano propagando nell’Europa della seconda metà del Novecento, per esempio con movimenti come il Gruppe 47, il Nouveau roman e il Gruppo 63. Esperienza, quest’ultima, che Ceresa aveva in effetti incrociato, partecipando alla riunione della neoavanguardia italiana che si era tenuta a La Spezia nel 1966. Ma per questa scrittrice, l’azione sperimentale e corrosiva sui generi letterari non si riduce a una questione formale, perché il romanzo de La figlia prodiga è tutto radicato in una domanda fondamentale: che cosa resta se si prova a ribaltare in chiave femminile la parabola del figliol prodigo? (che dopo avere dilapidato il patrimonio familiare torna a casa e viene accolto a braccia aperte dal padre). Il responso sarà chiarissimo e irrevocabile: rimane poco o niente, un’entità impalpabile che si sbriciola di fronte allo sguardo, solo parole. Infatti, per tutta la narrazione, la protagonista colpevole di prodigalità rimarrà impressa in negativo nel libro: senza aver mai detto una parola, svolto un’azione, essersi mostrata nella propria fisicità o presentata con il proprio nome. E come non vedere riflesso in questo «mutismo» e in queste «mutilazioni» l’esistenza in società riservata alle donne?

All’origine de La figlia prodiga, c’è quindi il desiderio di Ceresa di riscrivere in chiave femminile e femminista la famosa parabola evangelica che celebra il perdono per il figlio disubbidiente, omettendo la controparte femminile. Difatti, scrive Ceresa:

Si vedono male le figlie sperperare patrimoni paterni, precipitare nella desolazione / di una casa per via della loro defezione e riguadagnare / infine / il posto d’onore / nella famiglia previamente abbandonata / per il semplice fatto di avervi fatto ritorno.

Ma la ribellione della figlia prodiga, come ci mostrerà il romanzo di Ceresa, non potrà che essere diversa da quella maschile, perché, a differenza della storia del gemello evangelico, qui non c’è sperpero di beni materiali, di cui difficilmente una donna sarebbe provvista. La dilapidazione della figlia prodiga (creatura da tutti giudicata strana quando non pericolosa) riguarda invece i beni morali conservati dalla tradizione, che la nostra protagonista rigetta uno ad uno, in nome della ricerca della propria «libertà di usi e di costumi, / e di coscienza /, e di scelta / e di vita».

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